di Sergio Ventura | 26 giugno 2015
Nelle aule c'è una Chiesa-già-in-uscita che può offrire uno sguardo sui giovani - di frontiera e sulla soglia - che resterebbe altrimenti sconosciuto
Da un lato, infatti, è emerso che, si tratti di cultura, carità o bioetica, il compito della scuola e degli insegnanti, in particolare dell'insegnante di religione (ultimo baluardo secondo quest'ottica), dovrebbe essere quello di mostrare. Che non necessariamente coincide con il testimoniare. Mostrare, dunque, quanto di bello ha prodotto nella cultura il cattolicesimo... secondo Comunione e Liberazione; soprattutto laddove tutto ciò è ignorato. Mostrare, poi, quanto di buono fa per i poveri il cattolicesimo... della Comunità di Sant'Egidio; soprattutto laddove tutto ciò non è praticato. Mostrare, infine, quanto il vero debba essere difeso, di fronte agli attacchi della 'ideologia gender', dal cattolicesimo... del Cammino Neocatecumenale; soprattutto laddove tutto ciò è disprezzato. E chi non mostra secondo queste modalità - è stato ventilato - probabilmente si nasconde. Dunque potrebbe essere "molle", privo di coraggio. In definitiva, se non è dei nostri, forse è contro di noi. Potrebbe risiedere in questo atteggiamento l'origine della inaspettata reprimenda che il 'secondo noi' di Avvenire ha dedicato all'intervento finale del family day di sabato, pronunciato dal fondatore del Cammino neocatecumenale, Kiko Arguello.
Sergio Ventura
Sergio Ventura, romano del '73, giurista pentito, datosi all'insegnamento per la libertà di ricerca che esso garantisce, appassionato di religione perché - disseminata ovunque - permette di curiosare in tutto, è responsabile del Blog degli Studenti nel sito del Cortile dei Gentili.
da | Vino Nuovo
Nelle aule c'è una Chiesa-già-in-uscita che può offrire uno sguardo sui giovani - di frontiera e sulla soglia - che resterebbe altrimenti sconosciuto
La
scorsa settimana si è svolto a Roma il convegno diocesano, dedicato
al ruolo testimoniale che rivestono i genitori nella trasmissione
della fede e della bellezza della vita. Dopo il discorso tenuto da
Papa Francesco davanti ai
fedeli della chiesa di Roma nel giorno di apertura, e le due
relazioni lette nella serata successiva dalla sociologa Elisa
Manna
e dal direttore dell'ufficio catechistico monsignor Andrea
Lonardo, i protagonisti dell'ultima giornata sono stati i laboratori.
Migliaia di persone divise in cinquanta gruppi, coordinati ciascuno
da una coppia di genitori. In questi luoghi si è praticato l'ascolto
di tutti, portando avanti una riflessione quantomeno appassionata,
per avanzare infine delle proposte operative sull'amore e
l'educazione agli affetti e alla carità da parte dei genitori,
sull'accoglienza e l'accompagnamento parrocchiale dei genitori e
delle ferite familiari, sull'annuncio di fede ai genitori e sul
loro rapporto con la liturgia domenicale, sulla relazione tra i
genitori e la scuola. Il tutto rigorosamente da verbalizzare e da
consegnare al cardinal Vallini, il quale dovrà sintetizzare il
grande lavoro svolto nella relazione finale che verrà letta ai primi
di Settembre, in concomitanza all'affidamento del mandato
ecclesiale ai presbiteri e ai catechisti.
Anche
quest'anno ho deciso di partecipare e, dato il mio lavoro di
insegnante, mi sono indirizzato verso uno dei gruppi dedicati al
rapporto tra genitori e formazione scolastica dei figli. Esperienza
interessante e formativa. Anche perché, da quello che è emerso, mi
è sembrato di notare quanto ancora oscilliamo come comunità tra due
modalità di essere Chiesa
che si affrontano e confrontano da prima che io nascessi. Quella
della Presenza.
Evidente. A tratti invasiva. E quella della Mediazione.
Silenziosa. A tratti nascosta. In termini evangelici, quella del
risorto di Tiberiade
(Gv 21) e quella del risorto di Emmaus
(Lc 24).
Da un lato, infatti, è emerso che, si tratti di cultura, carità o bioetica, il compito della scuola e degli insegnanti, in particolare dell'insegnante di religione (ultimo baluardo secondo quest'ottica), dovrebbe essere quello di mostrare. Che non necessariamente coincide con il testimoniare. Mostrare, dunque, quanto di bello ha prodotto nella cultura il cattolicesimo... secondo Comunione e Liberazione; soprattutto laddove tutto ciò è ignorato. Mostrare, poi, quanto di buono fa per i poveri il cattolicesimo... della Comunità di Sant'Egidio; soprattutto laddove tutto ciò non è praticato. Mostrare, infine, quanto il vero debba essere difeso, di fronte agli attacchi della 'ideologia gender', dal cattolicesimo... del Cammino Neocatecumenale; soprattutto laddove tutto ciò è disprezzato. E chi non mostra secondo queste modalità - è stato ventilato - probabilmente si nasconde. Dunque potrebbe essere "molle", privo di coraggio. In definitiva, se non è dei nostri, forse è contro di noi. Potrebbe risiedere in questo atteggiamento l'origine della inaspettata reprimenda che il 'secondo noi' di Avvenire ha dedicato all'intervento finale del family day di sabato, pronunciato dal fondatore del Cammino neocatecumenale, Kiko Arguello.
Dall'altra
parte, quella delle periferie, è arrivata la testimonianza
di una suora, sempre cattolica, ma del Kosovo. Insegnante in una
scuola (e in una città) a stragrande maggioranza musulmana, ella ci
ha raccontato come in un luogo dove il cattolicesimo è minoranza
religiosa, se non perseguitato, la via del coraggio,
dell'appartenenza ed in un certo senso dell'apologetica sia
passata attraverso una lunga opera iniziale caratterizzata da
pazienza, gradualità e silenzio. Sulla scia di San Francesco - ha
chiosato la sorella; e di Francesco (EG, 69) - aggiungerei io...
Producendo frutti molteplici ed altrettanto evidenti. La stessa
Comunità di Sant'Egidio deve essersi resa conto che in certe
scuole superiori non si entra dall'alto, ma dal basso, se da un
paio di anni sono gli studenti giovani
per la pace a
coinvolgere i loro coetanei nelle attività caritatevoli. Con una più
efficace discrezione e delicatezza.
Perché
allora, mi chiedo, il compito di un insegnante e le sue modalità di
approccio dovrebbero essere diversi nella nostra società dove la
secolarizzazione - o, come è stato detto, la scristianizzazione -
confina il cattolicesimo in una situazione valoriale di minoranza?
Perché non fidarsi del fatto che le bellezze della cultura
cattolica, la bontà della pratica cattolica e la verità delle idee
cattoliche possano, anzi debbano, essere testimoniate
in questo modo altro,
soprattutto quando il contesto è così difficile perché dominato
dall'ignoranza, dall'assenza di vissuto condiviso, addirittura
dal disprezzo?
Non
è un caso che un paio di insegnanti di religione abbiano attirato
l'attenzione su tale conversione di atteggiamento. Un sì deciso -
hanno affermato - rispetto alla necessità di "scendere in
campo", ma domandandosi poi in quali progetti possano trasformarsi
quelle file chilometriche che si creano solo durante i loro
ricevimenti pomeridiani e che viaggiano sulla linea della
riservatezza e dell'elaborazione in profondità delle relazioni.
Constatando che è inutile puntare il dito contro i tecnici
delle colonizzazioni
ideologiche se poi i genitori
si autoesiliano dai luoghi decisionali delle scuole e se i parroci
non si svegliano e cominciano ad invitare i docenti di religione a
condividere nelle parrocchie un po' di quello scombussolamento che
loro stessi per primi, e spesso unici, sperimentano nelle classi.
Nella certezza, quindi, che l'insegnante di religione o quello
cattolico in generale debba pensarsi e viversi come un vero e proprio
enzima
- nel senso scientifico del termine...
Quella
che invece è totalmente mancata, nonostante venisse invocata
dall'instrumentum laboris
del convegno diocesano, è
una riflessione sulla scuola - e quindi sull'insegnamento (anche
della religione) - come luogo in cui le riflessioni e le azioni, le
pratiche e le verità di ogni identità culturale, compresa quella
ecclesiale, vengono sfidate a ricrearsi e rielaborarsi in modo
dinamico (EG, 122); come luogo in cui la fede - ed ogni sensibilità
religiosa - matura nel confronto culturale (scontro o incontro che
sia), solo in tal modo divenendo sapere saporoso, sapienza.
Lo
confesso. Io penso che molti insegnanti di religione siano depositari
di un sapere quasi esoterico, ottenuto dal contatto diretto con i
loro studenti. Dentro e fuori la
Chiesa, infatti, tutti dicono che bisogna costruire ponti con la
cultura delle giovani generazioni, e innanzitutto con quei giovani
che dopo la Cresima abbandonano la frequentazione della Chiesa. Quasi
nessuno, però, si rende conto che questa diaspora di ragazzi viene
incontrata ogni giorno e nei suoi anni più difficili soprattutto da
noi insegnanti di religione delle scuole medie e superiori. E siccome
l'ora di religione è ancora un'ora di cultura teologica e non di
catechismo, questi ragazzi condividono volentieri con noi azioni,
emozioni, ragionamenti, affetti, valori esistenziali e spirituali
difficilmente conoscibili in altro modo. Possiamo, anzi dobbiamo
immaginare quindi quanto si potrebbe realizzare di buono in chiave di
pre-evangelizzazione, di maturazione della fede, di mediazione tra
famiglie e scuola e tra alunni credenti e non credenti, addirittura
di accompagnamento spirituale, se si investisse in modo adeguato dal
punto di vista pastorale su questa sottovalutata risorsa ecclesiale
(EG, 132-133), su questa forma di Chiesa-già-in-uscita
che può offrire ad ogni realtà diocesana un punto di vista sui
giovani - di frontiera e sulla soglia - che resterebbe altrimenti
sconosciuto. Un punto di vista non proveniente dall'esterno, calato
sui ragazzi come un narcotico, bensì un punto di vista interno, poi
certo da mediare culturalmente, ma frutto dell'ascolto di quello
che lo Spirito muove nelle loro profondità.
Per
questo sono convinto della necessità di pensare ad una sorta di
mandato ecclesiale culturale
da affidare agli insegnanti di religione, distinto seppur
complementare con quello catechetico
annualmente affidato ai presbiteri e ai catechisti. Per questo sono
convinto della necessità di progettare un organico percorso di
ascolto delle esperienze
pastorali vissute e
sperimentate dagli insegnanti di religione nei loro contesti
scolastici, eventualmente propedeutico ad un analogo percorso di
reciproca ed arricchente verifica da svolgere insieme ai catechisti.
Alea iacta est...
Sergio Ventura, romano del '73, giurista pentito, datosi all'insegnamento per la libertà di ricerca che esso garantisce, appassionato di religione perché - disseminata ovunque - permette di curiosare in tutto, è responsabile del Blog degli Studenti nel sito del Cortile dei Gentili.
da | Vino Nuovo
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