martedì 28 luglio 2015

2/ La grande avventura della fede, di Fabrice Hadjadj



Tratto da Pontificium Consilium pro Laicis, La domanda di Dio oggi, LEV, Città del Vaticano, 2012, pp. 171-180.

Già era difficile dover affrontare la questione «Come parlare di Dio oggi?», figuriamoci dover parlare della mia conversione, è ancor più complicato! È estremamente complicato, si tratta di un mistero di intimità dove l'essenziale ci sfugge ... Si tratta veramente di qualcosa che mi è caduto addosso, e che però mi ha dato una forza straordinaria, una fiducia straordinaria, perché se uno come me è diventato cristiano, allora può diventarlo anche l'uomo più lontano da Cristo. Grazie alla mia conversione, ho questa certezza: il peggior nemico può diventare amico.
Penso che nessuno avrebbe potuto essere più lontano di me dalla fede cristiana. Per diverse ragioni: innanzitutto sono di famiglia ebraica, quindi per noi il cristianesimo è un errore. Se mai un ebreo si converte, è il traditore assoluto! Dunque per me era impossibile.
Inoltre la mia famiglia era tendenzialmente marxista, cosicché il nostro modello di pensiero era il materialismo dialettico. La giustizia doveva essere realizzata dagli uomini e per gli uomini, e non da Dio o per Dio ... perciò nella religione non potevo vedere altro che "l'oppio dei popoli".
Oltretutto ero figlio della scuola repubblicana francese dove inculcano l'idea che il cristianesimo è un oscurantismo ed è molto raccomandabile liberarsene attraverso una pseudo-razionalità, una razionalità chiusa, secolarizzata, che finge di ignorare il mistero e confonde l'incomprensibile con l'inconoscibile.
La quarta ragione è che le mie letture mi avevano avvicinato, per una speciale affinità, a Nietzsche. E ancor oggi, proprio come resto ebreo, resto discepolo di Nietzsche! Ma è vero che ero profondamente segnato dal pensiero nietzschiano, quindi da un pensiero che afferma piuttosto l'anticristo, perché, come sosteneva Nietzsche stesso, il Cristo sembra un maestro di nichilismo.
Infine, ovviamente, ero un peccatore ... vivevo in modo dissoluto. Mi piacevano troppo le ragazze, ne ho conosciute tante, e quindi, necessariamente, poiché vedevo la Chiesa dall'angolatura della sua morale sessuale, non la vedevo come una madre misericordiosa, ma come una matrigna pronta a condannarmi.
Avevo già cominciato a scrivere e i miei primi testi erano veramente anticristiani. Ero davvero molto lontano dalla fede. Certo è che la conversione è una grande grazia. Non lo dico con una foga speciale, quella che rischierebbe di farci scivolare verso il "fondamentalismo", per l'appunto. Mi riferisco a questa mia certezza che chiunque ha la disposizione a ricevere Cristo, che in realtà nessuno sulla terra se ne è allontanato più di tanto.
Ed è forse questo che rende così audaci noi convertiti. Non facciamo che ripeterci: «Ma se è potuto succedere a me, miserabile, indegno, ingrato, allora può succedere a quello lì, che sembra il più polemico, il più ostile!». Quando nella mia conferenza dicevo che innanzitutto bisogna meravigliarsi della presenza di Dio nell'altro e che sappiamo che il cuore del nemico è nostro alleato, l'ho detto in base alla mia esperienza; è quello che è successo nella mia vita.
Ora, se devo fare un rapporto più circostanziato dei fatti che sono serviti per la mia conversione [...] ecco: dei fatti ci sono stati, questo è certo, e questi fatti sono stati anche momenti di presa di coscienza.
Ma come preambolo vorrei fare tre precisazioni. La prima è che questi fatti sono stati decisivi psicologicamente. Giacché, malgrado tutto, non devono farmi dimenticare tutto ciò che li precede, vale a dire che Dio ci converte con l'intera creazione. Certamente ci può essere un avvenimento tale da farci prendere coscienza, ma, in ultima analisi, se credo in Dio non è solo per questi avvenimenti: è perché ho visto la bellezza degli esseri, perché ho visto la bellezza di un fiore, di un volto ..., perché nel mio cuore c'è l'aspirazione alla gioia e questo è fondamentale! Dunque, tutta la creazione ha la funzione di convertirci e dietro gli eventi - che quasi definirei aneddotici - c'è questo evento primo, che è l'evento dell'esistere; tutto il resto è servito a prenderne coscienza. È importante ribadire questo.
La seconda precisazione, è che sarebbe sbagliato ritenere che io sia passato dal giudaismo al cristianesimo. Non sono mai stato un ebreo praticante e mi sentivo ebreo non in senso religioso, ma perché era l'identità della mia famiglia. Eravamo ebrei, ma ebrei assimilati, e spesso Marx era più importante di Mosè, o meglio Mosè era compreso alla maniera marxista, come il liberatore di un popolo. E poi, devo confessarlo, io mi proclamavo ebreo perché così era più facile presentarmi come membro di un popolo di vittime: è molto più facile presentarsi come vittima che come carnefice! Comunque, non si trattava di vero giudaismo, quindi io non sono affatto passato dal giudaismo al cristianesimo. È in Cristo che ho riscoperto la mia ebraicità. E sono molto più ebreo oggi di quanto lo fossi prima della mia conversione.
Ecco la terza precisazione, che io ribadisco sempre: la conversione non ha un termine. Potrei raccontarvi una bella storiella per lusingare il "club" a cui noi apparteniamo. Noi siamo il club dei cristiani, e io ne ero lontano. Poi mi sono convertito, e sono entrato nel club dei cristiani e perciò tutti si congratulano con me, tutti sono lusingati perché noi ci troviamo bene tra cristiani. Ma la Chiesa non è un club. E la mia conversione non è un punto d'arrivo. È un inizio. È il dono ricevuto, e se non lo faccio fruttificare finirò per trovarmi in una situazione peggiore di prima.
Lo so, si tratta di un'esigenza, di un compito, e io ho ancora molto bisogno di convertirmi. Adesso ho un'esigenza di santità, e non direi che mi pesa, ma che mi mette terribilmente in tensione in ogni aspetto della vita, e in un certo senso avrei preferito non averla mai conosciuta, quest'esigenza, a volte mi piacerebbe sbarazzarmene completamente. Ma non posso farci nulla che il Cristo sia la verità; mi farebbe comodo a volte che non lo fosse, ma non posso farci nulla.
Ecco, queste sono le premesse. Per me sono molto importanti, per evitare di farvi avere un'idea sbagliata di quello che è successo e di quello che rimane da fare.
Cos'è successo? Direi che due o tre cose hanno permesso la mia presa di coscienza, la mia metanoia, come si dice. Innanzitutto sono stato segnato dalla riflessione sul corpo, perché ero nietzschiano e perciò avevo l'ossessione di affermare la carne, il corpo. L'affermazione della carne e del corpo in una società sempre più tecnicista, che soprattutto ci trasmetteva l'idea che il corpo umano è troppo debole, troppo fragile, e che ormai bisognava creare un superuomo. Ora, io ero convinto che c'era del buono nella carne. Ero convinto che nell'uomo, nel fatto stesso della sua inadeguatezza, nella sua stessa angoscia, c'era qualcosa di buono. E quindi, a un certo momento, mi sono detto: l'uomo nella sua debolezza, l'uomo nel suo grido, ecco l'uomo vero. Non l'uomo della prestazione, non l'uomo dell'efficienza. Nella mia riflessione sull'uomo tecnocratico, sono giunto alla conclusione che questo superuomo che si vuol fabbricare non è l'uomo vero, è un essere subumano! Ciò che rende grande l'uomo, infatti, non si trova nelle prestazioni materiali, ma si incontra inaspettatamente nella lacerazione dal basso in alto che lo fa rivolgere all'origine delle cose, che lo fa interrogare sull'origine delle cose.
Questa scoperta non poteva che dispormi a incontrare il mistero della croce, vale a dire il mistero del Verbo fatto carne. Abbiamo davanti agli occhi un corpo crocifisso, un corpo flagellato, e ci vien detto: «Ecco l'uomo!» Questo, in seno alla mia riflessione, fu veramente decisivo. Nel mondo della prestazione, scoprivo che ciò che costituisce l'umano non è la prestazione orizzontale, ma una presenza verticale e lacerante.
Un secondo elemento è dato dal fatto che io scrivevo. In realtà non sono un filosofo; per essere esatti sono innanzitutto uno scrittore, ho cominciato a scrivere prima di mettermi a insegnare filosofia, e mi sono messo a insegnare filosofia per essere sicuro di sbarcare il lunario e poter scrivere senza dovermi preoccupare troppo. Ora, avevo alcuni amici scrittori che facevano largo uso della Sacra Scrittura per pervertirla, per prendersene gioco. In particolare avevo un amico che aveva scritto un libro in cui aveva collocato, sopra ogni aforisma, un versetto della Bibbia, in antitesi, per fare dell'humour, dell'ironia, come se mettessi "Lasciate che i bambini vengano a me" sopra la storia di un orco pedofilo.
Allora mi son detto: non è male questa trovata, farò la stessa cosa, mi prenderò gioco della Sacra Scrittura. Uno scrittore, chiunque sia, deve per forza avere un rapporto con la Sacra Scrittura proprio perché è la Scrittura lo zoccolo duro della nostra cultura; arriva sempre il momento in cui bisognerà confrontarsi con essa.
Il fatto è che per confrontarsi con essa, per ridicolizzarla, per pervertirla, bisogna leggerla. Ed è quello che è successo: ho dovuto leggerla, qualcosa che non mi era mai capitato davvero. E ho cominciato leggendo i grandi profeti, Isaia in particolare. E sono rimasto sbalordito: «Ma è fortissimo! In fondo Isaia è come Nietzsche, ma in meglio!» Ero stupefatto a un tempo dalla violenza con cui denunciava l'ipocrisia dei "credenti", ma anche dalla sua poesia, dalla sua forza come scrittore.
Dunque, avrei voluto io pervertire la Scrittura ma, in un certo senso, è la Scrittura che ha pervertito me. Non me l'aspettavo assolutamente, neanche mi sfiorava l'idea che questo potesse succedere!
Poi, ci sono altri due fatti, altri due eventi, non tanto eventi di ordine intellettuale (attenzione, gli eventi di ordine intellettuale sono molto importanti per un pensatore!), ma eventi di vita, incontri.
Il primo evento, è quando sono andato al processo di Paul Touvier, perché i miei genitori avevano un amico avvocato ebreo che aveva ricevuto l'incarico di avvocato di parte civile. Paul Touvier era un funzionario francese accusato di aver collaborato alla deportazione degli ebrei, e quindi sono andato al processo con altri intellettuali francesi più anziani di me: c'era in particolare Alain Finkielkraut. Certo, quest'uomo, Paul Touvier, aveva commesso crimini atroci, ma quando sono tornato ho pensato dentro di me: io sono ebreo e per tutta la vita potrei rivendere il fatto di essere ebreo dicendo: ecco, sono dalla parte delle vittime! E il carnefice è l'altro. E mi son detto: Non è vero! Cosa avrei potuto essere all'epoca? Sarei stato senza dubbio come Paul Touvier, forse peggio; non sarei stato un nazista per il solo fatto che sono ebreo, perché mi avrebbero deportato prima, per questo non avrei avuto la possibilità di essere nazista.
E tutto d'un tratto dentro di me ho concluso: nessuno è pura vittima, nessuno è puro carnefice, anch'io sono colpevole. Mi sono sentito profondamente colpevole. Sapevo che dimoravano in me potenzialità negative, che avrebbero potuto rendermi carnefice e non solo vittima. E a quel punto mi sono domandato: ma allora chi è l'innocente che salverà il mondo? C'è bisogno di un innocente, c'è bisogno di un innocente puro che salvi il mondo. E non si trattava semplicemente di un'idea, era in me un'esigenza del cuore. In ogni caso, da quel momento ho smesso di sentirmi puro, o meglio ho smesso di carezzare la mia impurità, e ho smesso di considerarmi il supremo giudice!
Il secondo evento esistenziale ha un aspetto piuttosto paradossale, ironico: è quando ho pregato per mio padre malato. Dico ironico, perché mio padre è guarito da quella malattia, ma il fatto che io mi sia convertito è diventata forse la sua malattia più grave ... perciò, vedete, è piuttosto imbarazzante! Mia madre un giorno mi chiama e mi dice che mio padre è malato e teme che possa morire. Ha chiamato l'ambulanza per portarlo all'ospedale e io devo raggiungerli. Ora, la prima cosa che mi viene in mente in quel momento è di entrare in una chiesa! Certo, ero predisposto dalle mie letture e così via ... ma al contempo ero molto riluttante, per me era una eventualità per niente concreta, era nella mia testa piuttosto che nell'anima.
Comunque sono andato in una chiesa, la chiesa di Saint-Séverin a Parigi, una chiesa che si trova nel quartiere latino, vicino alla Sorbona. Era proprio la chiesa in cui ero entrato la settimana prima. Una settimana prima ero entrato in quella stessa chiesa con uno dei miei amici, un nietzschiano come me, e quest'amico di cognome fa Dieu, cioè Dio. Si chiama Frédéric Dieu. Dunque ero entrato con questo "Dio" nietzschiano in questa chiesa e siamo arrivati davanti a una statua di Nostra Signora del Perpetuo Soccorso, abbiamo letto gli ex-voto che stavano intorno, e quindi, da nietzschiani, da volterriani che eravamo, ce ne siamo fatti beffe: "Ringraziamento per il felice esito degli esami", "Grazie per una causa felicemente risolta", "Un baccelliere pieno di gratitudine", "In segno di riconoscenza per una guarigione" ...
Avevamo commentato: chiedere a Dio cose come queste, è veramente ridicolo. Se si deve pregare Dio, non è certo per chiedere qualcosa. Avevamo quest'idea. Ora, che è successo quando mi sono trovato di fronte al fatto che mio padre era malato? ... Ero disarmato ... non potevo far nulla! Allora sono andato davanti a quella statua di cui mi ero preso gioco e mi sono messo nell'atteggiamento delle persone che avevo disprezzato. E c'è stato un momento di preghiera.
Quel che è accaduto non è stato ricevere una grande luce, ma qualcosa come il mormorio del silenzio sottile del monte Oreb (cfr. 1 Re 19,12). Ho avuto l'impressione, forse per la prima volta in vita mia, pregando, pregando la Vergine Maria, di trovarmi al mio posto ... È la lacerazione verticale di cui parlavo: essere uomo è volgere lo sguardo al mistero dell'esistenza e aprirsi al suo richiamo. Questa certezza non mi ha mai più lasciato. Ciò non significa che mi trovi sempre al mio posto, non vuol dire che io preghi molto, ahimè! Mi piacerebbe tanto essere un vero uomo di preghiera, ma non lo sono.
Uno scrittore riflette sempre sul mistero della Parola, e quando poco fa ho detto: ogni parola in fondo è legata al fatto di rivolgersi a Dio, al mistero di Dio, è davvero ciò che ho sperimentato in quel momento. Cosa significa parlare veramente? Parlare nella verità? Il mistero dell'uomo è proprio il mistero di una parola che ritorna alla sorgente, che l'interroga e che può anche domandarle: "perché?". Curiosamente, nel momento stesso in cui ho chiesto a Dio la guarigione di mio padre, mi è stato dato anche ciò che non avevo chiesto: la pace di ritrovarmi al mio posto.
Ecco, all'inizio, tutto ciò era rimasto in ambito affettivo e intellettuale, poi c'è stato l'evento del mio Battesimo; è qualcosa che gli altri, se hanno ricevuto il Battesimo da bambini, non sempre riescono a capire. Per me, il Battesimo è stato come dice il Salmo: «È rifiorita la mia carne» (Sal 27,7, LXX), perché è successo qualcosa di fisico. Nel periodo in cui già mi professavo cristiano, mi interessavo ancora a una letteratura molto impura, cercavo il piacere in musiche rumorose, più che musicali, continuavo a vivere o meglio a dibattermi in un'impurità sessuale molto grande. Ora, a partire dal momento del mio Battesimo, ho ricevuto un dono di castità, di continenza ... fino al matrimonio, e la mia sensibilità è cambiata, qualcosa è successo nella mia carne.
Adesso, tutto quello che ho detto è comunque molto parziale, perché l'essenziale non può essere visto. Ma vorrei aggiungere un'altra cosa: cioè che la grazia battesimale, per me, si è dispiegata nella grazia coniugale. Capita spesso, siccome sono un convertito, che mi si interroghi sul mio Battesimo senza chiedermi nulla sul mio matrimonio, che tuttavia è il luogo dove il mio Battesimo si dispiega. Devo al matrimonio, devo a mia moglie e ai miei figli se sono uscito da un cristianesimo cerebrale e se ho ritrovato veramente la concretezza, se ho ritrovato la carne. Se ho ritrovato per esempio l'esigenza della politica, dell'impegno.
Quando si hanno dei figli, si capisce immediatamente cos'è la vera responsabilità; e Cristo non può più essere un mero affare privato, perché sono in gioco delle esigenze fondamentali: in che mondo lascerò i miei figli? E inoltre si è realizzato un nuovo sviluppo della mia vita affettiva, dato che, grazie a mia moglie e ai miei figli, si sono liberate in noi sorgenti d'amore inimmaginabili, completamente inattese. Ogni nuovo nato libera in me un amore di cui non immaginavo di essere capace.
All'inizio della mia conversione, la mia fede era una fede molto centrata su Cristo crocifisso e sulla sofferenza di Cristo. Oggi la mia fede è diventata una fede veramente centrata su Cristo risorto. Devo ai miei figli questa apertura alla gioia, un'apertura molto più profonda, molto più radicale alla gioia. Il Battesimo mi ha dato la speranza per potermi sposare, per poter donare la vita, ma dopo, è il matrimonio e quindi mia moglie e i miei figli che sono diventati per me veramente presenza di Dio.
Quando ho portato mia figlia, la mia primogenita ancora molto piccola, al mio padre spirituale - il mio padre spirituale è un monaco benedettino, io stesso sono oblato dell'abbazia di Solesmes, sono stato battezzato a Solesmes e con mia moglie abbiamo anche celebrato il matrimonio a Solesmes - quando gli ho portato mia figlia, dunque, mi ha detto: "Tu ora hai tra le braccia il tuo direttore spirituale!". Era una frase curiosa, perché un bambino è l'imperfezione stessa; allo stesso tempo però questa è la parola del Cristo: se non diventerete come questo bambino ... (cfr. Mt 18,3). Dover vivere con i bambini, quando si è padri di famiglia, è una grande grazia spirituale. Una grazia d'abbandono e una grazia di gioia.
A questo punto, per concludere, vorrei fare una considerazione. Si sente dire sovente, riguardo a coloro che come me aderiscono alla Chiesa da adulti, coloro appunto che possono raccontare come sono arrivati al Battesimo, che la loro esperienza è particolarmente significativa, perché avrebbe una garanzia di maggiore autenticità rispetto all'esperienza di chi è "nato cristiano", di chi è stato battezzato da bambino.
Devo confessarvi che mi mette un po' in imbarazzo l'apologia dei convertiti rispetto ai cristiani di nascita. Allora che dovrei fare con i miei figli? Non dovrei trasmettergli la fede perché diventino dei convertiti? Dovrei far in modo che i miei figli conoscano il male peggiore, che al limite diventino atei, prostitute, drogati e quant'altro perché dopo possano dire: "Io ero nella notte ... ho visto una luce ... sono uscito dal tunnel..."? No, è meraviglioso essere cristiani dalla nascita, una meraviglia ancor più grande, ne sono convinto. Sono profondamente impressionato dalle parole di santa Teresa di Lisieux, quando si domanda quale sia il padre più premuroso. È il padre che si prende cura del figlio che è caduto? Oppure il padre che ha visto l'ostacolo sul cammino del figlio e l'ha rimosso in modo che il figlio non cada, il padre che, in qualche modo, l'ha accompagnato sin dalla nascita?
Indubbiamente per chi è cristiano dalla nascita il vero problema è la banalizzazione, l'eccessiva familiarità con il mistero, che così ai nostri occhi finisce per snaturarsi. Ma quando ci rendiamo conto che questa familiarità, nella sua essenza, è un dono straordinario e che non ha niente di banale, penso che allora giungiamo alla consapevolezza più meravigliosa. Il figlio maggiore che accoglie il figliol prodigo senza lamentarsi è la cosa più bella che esista. D'altra parte, possiamo dire che i cristiani dalla nascita sono anch'essi tutti dei convertiti, perché si può parlare di una "seconda conversione". Il fatto è che la trasmissione, la tradizione, è sempre la cosa più importante, perché è all'interno di questa tradizione che si realizza la novità della vita cristiana. Non può esserci conversione senza tradizione.
Infine, anche quando si è cristiani dalla nascita, non si può far altro che cominciare, entrare nella grande avventura della fede. La posta vera è comprendere che si tratta di una grande avventura e non certo di una sorta di acquisizione banale, così comune da farci impunemente sprofondare nell'ingratitudine e nell'oblio.

Note al testo

[1] A. Koestler, Janus: A Summing Up, New York 1978, Prologue.
[2] Cfr. Paolo VI, Allocuzione conclusiva del Concilio Vaticano II, in: “Insegnamenti” VI, III (1965), 731.
[3] E. Peterson – D. Rance, Témoin de la vérité, Paris 2007, 84.
[4] Cfr, Tertulliano, Apologeticum, 50, 13.

Il rosario con gli scritti di S. Massimiliano Kolbe: Misteri dolorosi


Misteri dolorosi
 Gesù coronato di spine
 “Gli insulti di coloro che ti insultano sono caduti sopra di me” (Salmo 69,10).
 “Io pure ho paura delle sofferenze e soprattutto delle umiliazioni, ma mi rassereno pensando che nemmeno Gesù nell'orto degli ulivi volle provare un sentimento diverso. Le grazie giungono al momento in cui ne abbiamo bisogno” (SK 373).

Lectio: Mercoledì, 29 Luglio, 2015 Tempo ordinario

1) Preghiera
Dio onnipotente ed eterno,
il tuo Figlio fu accolto come ospite a Betania
nella casa di santa Marta,
concedi anche a noi
di esser pronti a servire Gesù nei fratelli,
perché al termine della vita
siamo accolti nella tua dimora.
Per il nostro Signore Gesù Cristo...
 
2) Lettura Dal Vangelo secondo Luca 10,38-42
In quel tempo, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo accolse nella sua casa. Essa aveva una sorella, di nome Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola; Marta invece era tutta presa dai molti servizi.
Pertanto, fattasi avanti, disse: “Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti”.
Ma Gesù le rispose: “Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta”.
Parola del Signore.
 
3) Riflessione• La dinamica del racconto. La condizione di Gesù come maestro itinerante offre a Marta la possibilità di accoglierlo a casa sua. Il racconta presenta gli atteggiamenti delle due sorelle: Maria, seduta, ai piedi di Gesù, è tutta presa dall’ascolto della sua Parola; Marta, invece, è tutta presa dai molti servizi e si avvicina a Gesù per contestare il comportamento della sorella. Il dialogo tra Gesù e Marta occupa un largo spazio nel racconto (vv.40b-42): Marta inizia con una domanda retorica, «Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire?»; poi chiede un intervento di Gesù perché richiama la sorella che si è defilata dalle faccende domestiche, «Dille dunque che mi aiuti?». Gesù risponde con un tono affettuoso, è questo il senso della ripetizione del nome «Marta, Marta»: gli ricorda che lei è preoccupata per «molte cose», in realtà, c’è bisogna di «una soltanto» e conclude con un richiamo alla sorella che ha scelto la parte migliore, quella che non le sarà tolta. Luca ha costruito il racconto su un contrasto: le due diverse personalità di Marta e Maria; la prima è presa dalle «molte» cose, la seconda ne compie una sola, è tutta presa dall’ascolto del Maestro. La funzione di questo contrasto è sottolineare l’atteggiamento di Maria che si dedica all’ascolto pieno e totale del Maestro, diventando così il modello di ogni credente.
• La figura di Marta. È lei che prende l’iniziativa di accogliere Gesù nella sua casa. Nel dedicarsi all’accoglienza del Maestro è presa dall’affanno per le molteplici cose da preparare e dalla tensione di sentirsi sola in questo impegno. È presa dai tanti lavori, è ansiosa, vive una grossa tensione. Pertanto Marta «si fa avanti» e lancia a Gesù una legittima richiesta di aiuto: perché deve essere lasciata sola dalla sorella. Gesù le risponde costatando che lei è solo preoccupata, è divisa nel cuore tra il desiderio di servire Gesù con un pasto degno della sua persona e il desiderio di dedicarsi all’ascolto di Lui. Gesù, quindi, non biasima il servizio di Marta ma l’ansia con cui lo compie. Poco prima Gesù aveva spiegato nella parabola del seminatore che il seme caduto tra le spine evoca la situazione di coloro che ascoltano la Parola, ma si lasciano prendere dalle preoccupazioni (Lc 8,14). Quindi Gesù non contesta all’operosità di Marta il valore di accoglienza riguardo alla sua persona ma mette in guardia la donna dai rischi in cui può incorrere: l’affanno e l’agitazione. Anche su questi rischi Gesù si era già pronunciato: «Cercate il suo regno e tutto il resto vi sarà dato in aggiunta» (Lc 12,31).
• La figura di Maria. È colei che ascolta la Parola: viene descritta con un imperfetto «ascoltava», azione continuativa nell’ascoltare la Parola di Gesù. L’atteggiamento di Maria contrasta con quello pieno di affanno e tensione della sorella. Gesù dice che Maria ha preferito «la parte buona» che corrisponde all’ascolto della sua parola. Dalle parole di Gesù il lettore apprende che non ci sono due parti di cui una è qualitativamente migliore dell’altra, ma c’è soltanto quella buona: accogliere la sua Parola. Questa attitudine non significa evasione dai propri compiti o responsabilità quotidiane, ma soltanto la consapevolezza che l’ascolto della Parola precede ogni servizio, attività.
d. Equilibrio tra azione e contemplazione. Luca è particolarmente attento a legare l’ascolto della Parola alla relazione con il Signore. Non si tratta di dividere la giornata in tempi da dedicare alla preghiera e altri al servizio, ma l’attenzione alla Parola precede e accompagna il servizio. Il desiderio di ascoltare Dio non può essere supplito da altre attività: bisogna dedicare un certo tempo e spazio a cercare il Signore. L’impegno per coltivare l’ascolto della Parola nasce dall’attenzione a Dio: tutto può contribuire, l’ambiente il luogo, il tempo. Tuttavia il desiderio di incontrare Dio deve nascere dentro il proprio cuore. Non esistono tecniche che automaticamente ti portano a incontrare Dio. È un problema di amore: bisogna ascoltare Gesù, stare con Lui, e allora il dono viene comunicato, e inizia l’innamoramento. L’equilibrio tra ascolto e servizio coinvolge tutti i credenti: sia nella vita familiare che professionale e sociale: come fare perché i battezzati siano perseveranti e raggiungano la maturità della fede? Educarsi all’ascolto della Parola di Dio. È la via più difficile ma sicura per arrivare alla maturità di fede.
 
4) Per un confronto personale• So creare nella mia vita situazioni e itinerari di ascolto? Mi limito solo ad ascoltare la Parola in chiesa, oppure, mi dedico a un ascolto personale e profondo cercando spazi e luoghi idonei?
• Ti limiti a un consumo privato della Parola o diventi annunciatore di essa per diventare luce per gli altri e non solo lampada che illumina la propria vita privata?
 
5) Preghiera finaleSignore, chi abiterà nella tua tenda?
Chi dimorerà sul tuo santo monte?
Colui che cammina senza colpa,
agisce con giustizia e parla lealmente. (Sal 14)
 
da | O. Carm

lunedì 27 luglio 2015

Come parlare di Dio oggi?, di Fabrice Hadjadj (4)


 


 

V.2. La possibilità della distruzione totale

Devo però parlare del peggio, osservando incidentalmente che il fatto di aver coscienza del peggio fa parte ancora dell'aspetto migliore della nostra epoca. Se si deve qualificare l'oggi, è appropriato sottolineare che per la prima volta con una tale evidenza e certezza abbiamo la coscienza della finitudine della specie umana, in quanto specie. Un tempo sapevamo che ogni uomo è individualmente finito, ovverosia che è destinato a morire; ma in questo caso abbiamo la coscienza che l'uomo, inteso come specie, può scomparire completamente
Viviamo nell'epoca della fine delle utopie politiche, della fine del progressismo. Le utopie politiche potevano farci credere a un "radioso avvenire"; oggi non crediamo più a un futuro felice, regna piuttosto un catastrofismo generalizzato. Arthur Koestler diceva nel 1979: «Se mi chiedessero qual è la data più importante della storia come della preistoria del genere umano, risponderei senza esitazione: 6 agosto 1945 [ ... ]; dal giorno in cui la prima bomba atomica ha eclissato il sole di Hiroshima, l'umanità deve vivere nella prospettiva della sua totale scomparsa in quanto specie».[1]
Siamo la prima generazione ad aver smesso di credere di avere un domani. Siamo la prima generazione ad aver preso coscienza della possibilità di una scomparsa totale molto realistica e imminente. Per questa ragione, tutte le utopie politiche mondane, il marxismo, il liberalismo stesso ... sono state condannate a sparire, perché non crediamo più in una posterità.
Perché i giovani si disperdono nel mondo virtuale? Precisamente perché non credono più nella consistenza del mondo. Siamo in un'epoca in cui sempre di più si impone l'interrogativo della legittimità dell'esistenza dell'uomo. Ormai un certo darwinismo arriva a dire che l'uomo è un incidente, un "fai da te", è destinato a essere soppiantato da un'altra specie. Una tale idea è la dichiarazione di morte dell'umanesimo ateo.

V.3. Di fronte al post-umanesimo

E noi, al posto di questo umanesimo, che abbiamo? Tre forme di post-umanesimo. La prima è un tecnicismo che vuole produrre un superuomo efficientissimo o assorbito in divertimenti virtuali. La seconda forma è un ecologismo favorevole alla scomparsa dell'uomo a beneficio della Natura. E la terza consiste in questo fondamentalismo di un Dio che schiaccia l'umano.
Siamo dunque alla fine dell'umanesimo ateo e all'inizio di un post-umanesimo. Ora, questa situazione è un'occasione straordinaria per l'evangelizzazione. Dato che le speranze mondane, questi surrogati, sono crollate, è il momento di riaffermare la speranza teologale. Dato che l'umanesimo ateo, questa parodia, è distrutto, è il momento di mostrare un "umanesimo teocentrico", come auspicava Paolo VI.[2]
Ormai non si può più fondare l'umanesimo sull'uomo, perché non ci crediamo più, ma solo su Dio, solo su un Creatore che ha voluto l'uomo e l'ha desiderato e lo chiama alla vita eterna. Ormai non si può più fondare la speranza sul progresso storico, perché proprio questo progresso ci agita sotto il naso la catastrofe ecologica e la distruzione nucleare, ma soltanto sulla promessa di un Dio che ci fa il dono di aprirci una strada attraverso il Mar Rosso.

V.4. Fine del mondo

Per un cristiano, l'idea stessa di una fine del mondo non è un ostacolo. Io spesso la menziono. Abbiamo parlato, in questi giorni, del dono della vita, abbiamo sottolineato che la Vita è uno dei nomi di Cristo, non soltanto la Via e la Verità: egli è la Vita, con il suo carattere drammatico e imprevedibile, con un'inventiva che incessantemente si rinnova.
Oggi, accettare una nascita è diventato più difficile. Se non crediamo più al futuro, perché donare la vita? Nelle società occidentali è diventato un problema fondamentale. Il mio amico Rémi Brague, il filosofo, insiste molto su questo punto. Perché donare la vita? Evidentemente, se non crediamo nella vita, e quindi nella vita eterna, oggi non abbiamo più ragioni per donare la vita. Certo, da sempre solo la" vita eterna è una ragione definitiva, radicale, per accogliere un cucciolo d'uomo. Ma le speranze mondane hanno potuto produrre motivi sostitutivi e incoraggiare una certa propensione a generare. Oggi non è più così.
Mi piace ripetere che se venissi informato che la fine del mondo avverrà sicuramente nel dicembre 2012, la cosa non mi impedirebbe di avere un figlio a novembre (d'altronde sono in attesa del mio sesto figlio a maggio). Perché ai miei orecchi queste predizioni di morte non possono avere la meglio sulla profezia della vita? Perché la mia prospettiva per questo figlio non è la riuscita terrena, ma la gloria eterna. Io accolgo questo mio figlio perché viva, e viva in eterno.
Così, mentre le speranze terrene crollano, la questione della vita, la normale trasmissione della vita, diventa sempre di più legata alla questione di Dio, dato che non ci sono più le utopie a promuovere una propensione di ripiego alla generazione, dato che non crediamo più in un "radioso avvenire".

V.5. Persecuzione e testimonianza

Evidentemente, il verificarsi di questa formidabile situazione non significa che non incontreremo persecuzioni. Al contrario. Perché le persecuzioni non sono un ostacolo. Le persecuzioni allargano lo spazio della testimonianza, perché sono l'occasione di parlare nella verità del Dio che fa grazia e del suo Amore forte come la morte. Ci permettono di parlare come ha parlato il Verbo, vale a dire attraverso la croce. Il martirio è una legge costitutiva della Chiesa. Non è un incidente, non è l'effetto di un semplice malinteso. È quanto affermava il grande teologo Eric Peterson negli anni Quaranta: «Un certo numero di spiriti concilianti sono inclini a credere che quanto accade di male in questo mondo può essere imputato a semplici malintesi. Se si desse loro credito, bisognerebbe concludere che la crocifissione di Cristo e il martirio degli apostoli sono conseguenze di malintesi [ ... ]. Le parole di Gesù dimostrano, al contrario, che non è un equivoco umano a creare il martirio, è una necessità divina».[3]
Potremmo sostenere che ci hanno crocifisso perché non ci hanno capito. Ma può essere che, proprio come il demonio, ci hanno capito fin troppo bene, e che dovranno passare per questo crimine, come Davide, per rendersi conto dell'orrore che hanno perpetrato. Così il sangue diventa seme, come diceva Tertulliano.[4]
Per concludere non posso esimermi dal citare il Vangelo di Luca che abbiamo ascoltato questa settimana, il 22 novembre: «Metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza. Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere» (Lc 21,12-15).
Questo passo risponde perfettamente alla domanda: «Come parlare di Dio oggi?». Risponde perfettamente, perché ci dimostra che non esiste una risposta tecnica o teorica, ma che noi stessi, ciascuno di noi, dobbiamo essere risposta, seguendo Cristo fin sulla croce. Non si tratta di avere straordinarie capacità retoriche. Non si tratta neanche di disprezzare la retorica, né di vantarsi di non possedere alcuna capacità retorica. Perché la questione si colloca non sul versante dell'avere, ma dell'essere. Si tratta di essere con Cristo, di essere come lui parola viva e libera, dunque non tanto di avere una parola su Dio, quanto di essere gli uni per gli altri parola che viene da Dio.

da | gliscritti

Il Rosario con gli scritti di S.Massimiliano Kolbe: Misteri dolorosi

  

Misteri dolorosi
 Gesù coronato di spine
 “Gli insulti di coloro che ti insultano sono caduti sopra di me” (Salmo 69,10).
 “Io pure ho paura delle sofferenze e soprattutto delle umiliazioni, ma mi rassereno pensando che nemmeno Gesù nell'orto degli ulivi volle provare un sentimento diverso. Le grazie giungono al momento in cui ne abbiamo bisogno” (SK 373).

Lectio: Martedì, 28 Luglio, 2015 Tempo ordinario

1) Preghiera
O Dio, nostra forza e nostra speranza,
senza di te nulla esiste di valido e di santo;
effondi su di noi la tua misericordia
perché, da te sorretti e guidati,
usiamo saggiamente dei beni terreni
nella continua ricerca dei beni eterni.
Per il nostro Signore Gesù Cristo...
 
2) Lettura
Dal Vangelo secondo Matteo 13,36-43
In quel tempo, Gesù lasciò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si accostarono per dirgli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo». Ed egli rispose: «Colui che semina il buon seme è il Figlio dell`uomo. Il campo è il mondo. Il seme buono sono i figli del regno; la zizzania sono i figli del maligno, e il nemico che l`ha seminata è il diavolo. La mietitura rappresenta la fine del mondo, e i mietitori sono gli angeli. Come dunque si raccoglie la zizzania e si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell`uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti gli operatori di iniquità e li getteranno nella fornace ardente dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, intenda!
 
3) Riflessione
• Il vangelo di oggi ci presenta la spiegazione di Gesù a richiesta dei discepoli, della parabola del grano e della zizzania. Alcuni studiosi pensano che questa spiegazione, che Gesù dà ai discepoli, non sia di Gesù, ma della comunità. E’ possibile e probabile, poiché una parabola, per sua natura, richiede il coinvolgimento e la partecipazione delle persone nella scoperta del significato. Così come la pianta è già dentro il seme, così certamente, la spiegazione della comunità è nella parabola. Ed è esattamente questo l’obiettivo che Gesù voleva e vuole raggiungere con la parabola. Il senso che noi oggi stiamo scoprendo nella parabola che Gesù ha raccontato duemila anni fa era già racchiuso nella storia che Gesù raccontò, come il fiore è già nel suo seme.
• Matteo 13,36: La richiesta dei discepoli a Gesù: la spiegazione della parabola del grano e della zizzania. I discepoli, in casa, parlano e chiedono una spiegazione della parabola del grano e della zizzania. (Mt 13,24-30). Viene detto molte volte che Gesù, in casa, continuava ad insegnare ai suoi apostoli (Mc 7,17; 9,28.33; 10,10). In quel tempo, non c’era la televisione e le lunghe ore delle sere d’inverno la gente le trascorreva riunita a parlare dei fatti della vita. In queste occasioni Gesù completava l’insegnamento e la formazione dei discepoli.
• Matteo 13,38-39: Il significato di ognuno di questi elementi della parabola. Gesù risponde riprendendo ognuno di questi elementi della parabola e dando loro un significato: il campo è il mondo; il buon seme sono i membri del Regno; la zizzania sono i membri dell’avversario (maligno); il nemico è il diavolo; la mietitura è la fine dei tempi; i mietitori sono gli angeli. Ed ora rileggi di nuovo la parabola (Mt 13,24-30) dando il giusto significato ad ognuno di questi sei elementi: campo, buon seme, zizzania, nemico, mietitura e mietitori. Così la storia assume un senso completamente nuovo ed è possibile raggiungere l’obiettivo che Gesù aveva in mente quando ha raccontato alla gente la parabola della zizzania e del buon seme. Alcuni pensano che questa parabola deve essere capita come un’allegoria e non come una parabola propriamente detta.
• Matteo 13,40-43: L’applicazione della parabola o dell’allegoria. Con queste informazioni date da Gesù, capirai meglio la sua applicazione: "Come dunque si raccoglie la zizzania e si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell`uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti gli operatori di iniquità e li getteranno nella fornace ardente dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro.” Il destino della zizzania è la fornace, il destino del grano è brillare al sole nel Regno del Padre. Dietro queste due immagini c’è l’esperienza delle persone. Dopo che loro hanno ascoltato Gesù e lo hanno accettato nella loro vita, tutto è cambiato per loro. Ciò vuol dire che in Gesù è avvenuto ciò che speravano: il compimento delle promesse. Ora la vita si divide in prima e dopo aver accettato Gesù nella loro vita. La nuova vita è iniziata con lo splendore del sole. Se avessero continuato a vivere come prima, sarebbero come la zizzania nella fornace, vita senza senso che a nulla serve.
• Parabola e Allegoria. C’è la parabola. C’è l’allegoria. C’è la mescolanza delle due che è la forma più comune. Generalmente tutto è una chiamata nella parabola. Nel vangelo di oggi abbiamo l’esempio di un’allegoria. Un’allegoria è una storia che una persona racconta, ma quando la racconta non pensa agli elementi della storia, ma al tema che deve essere chiarito. Nel leggere un’allegoria non è necessario prima guardare la storia come un tutto, perché in un’allegoria la storia non si costruisce attorno a un punto centrale che dopo serve da paragone, bensì ciascun elemento ha una sua funzione indipendente, partendo dal senso che riceve. Si tratta di scoprire ciò che ogni elemento delle due storie cerca di dirci sul Regno, come fece la spiegazione che Gesù ci dà della parabola: campo, buon seme, zizzania, nemico, raccolto e mietitori. Generalmente le parabole sono anche allegorie. Mescolanza delle due.
 
4) Per un confronto personale
• Nel campo tutto è mescolato: zizzania e grano. Nel campo della mia vita, cosa prevale: zizzania o grano?
• Hai cercato di parlare con altre persone per scoprire il senso di qualche parabola?
 
5) Preghiera finale
Beato chi ha per aiuto il Dio di Giacobbe,
chi spera nel Signore suo Dio,
creatore del cielo e della terra,
del mare e di quanto contiene. (Sal 145)
 
da | O. Carm

domenica 26 luglio 2015

Come parlare di Dio oggi?, di Fabrice Hadjadj (3)


 


III.2. La preghiera nascosta nella parola più comune

Prendiamo una parola qualsiasi: diciamo "ti amo" a qualcuno, e Dio sa che questo succede anche tra le persone che non sono credenti - che si considerano non credenti -; ora, come portare questa parola alle sue ultime conseguenze? Se è una parola vera, se non sto mentendo, se sto dicendo veramente "io ti amo", che significa? Significa: "Io voglio il tuo bene", significa: "Sono felice che tu esisti e quindi voglio che tu esista, per sempre", significa: "Ho contemplato in te un mistero degno d'amore". Tutto rimanda al mistero di colui che ci ha creati per amore.
La poesia rimanda chiaramente a questo mistero. Ma anche la scienza, perché una scienza che non si spinge fino alla meta della riflessione, al perché, alla ricerca delle cause, fino alla causa prima, è solo una scienza parziale, non può assolutamente pretendere di aspirare alla verità. In fondo, se una scienza evita la questione del senso dell'esistenza, se evita la questione della sapienza, diventa falsa, perché non impara se non per ignorare l'essenziale. Una parola pertanto non parla veramente se non accoglie il mistero dell'esistenza e cerca un senso - visto come questa esistenza si slancia verso la gioia e bussa alla felicità - cerca una salvezza. Nessuna parola parla veramente se non parla, almeno implicitamente, di Dio, se non porta, almeno implicitamente, l'istanza di Dio.

III.3. Annunciare colui che già è presente

Pertanto, tutto il lavoro è un lavoro di esplicitazione. Non si può parlare di Dio dall'esterno: «Ecco, ti fornisco una nozione che tu non conosci affatto, d'altronde tu sei una nullità, vivi nel peccato, non sai niente, io so tutto. Ecco, ti do la soluzione». No, noi riveliamo sempre colui che già è presente, in modo senza dubbio imperfetto, ma perché giunga a perfezione. Perfezione della grazia, perfezione della conoscenza, della coscienza del Mistero.
È precisamente quanto succede negli Atti degli Apostoli. Penso al primo discorso di Pietro, quando non dice ai Giudei: vi do qualcosa che non ha niente a che vedere con la vostra storia. Dice invece: vi annuncio il compimento della vostra storia, si tratta proprio della vostra storia (cfr. At 2,14-36). E quando Paolo si rivolge ai pagani, per esempio in Licaonia, fa la stessa cosa: « Egli, nelle generazioni passate, ha lasciato che tutte le genti seguissero la loro strada; ma non ha cessato di dar prova di sé beneficando, concedendovi dal cielo piogge per stagioni ricche di frutti e dandovi cibo in abbondanza per la letizia dei vostri cuori» (At 14,16-17). Paolo dunque dichiara: colui che vi annuncio è già presso di voi. E fa lo stesso davanti all'Areopago: la divinità non è lontana da ciascuno di noi - dice - in essa abbiamo la vita, il movimento e l'essere (cfr. At 17,27-28).
Comprendere che non possiamo parlare dell'esteriorità, ci permette di liberarci dal pericolo di un implacabile moralismo. Significa che Dio non si riduce a una Legge e che giudicherà le persone a partire dalle sue norme, se si siano conformate alle norme oppure no. Dobbiamo sempre credere che, se è Dio, è il Creatore della persona che abbiamo di fronte, che quindi le è vicino e perciò è già presente nella sua vita, ed è a partire da qui, a partire da questa presenza di Dio nella persona, non a partire dalle sue mancanze, che potremo annunciare il Signore.

III.4. Fino al cuore del nemico

In fondo, non possiamo parlare di Dio a chicchessia se innanzitutto non siamo meravigliati della presenza di Dio che in qualche modo si realizza nel nostro interlocutore, della presenza in lui almeno come autore della sua natura, quand'anche fosse molto sporcata. Anche se questa persona si presentasse come un senza Dio, un mascalzone, un nemico. Se non mi meraviglio di lui in quanto creatura di Dio, se non mi stupisco per l'unicità del suo viso dove la gloria vuole risplendere, non posso parlargli davvero, perché in tal caso non sarebbe di Dio che gli parlerei, ma di qualcosa d'esteriore, di secondario oppure di una superiorità schiacciante. No, Dio è presente in lui, non foss'altro che per la sua presenza nella creazione, la sua immensa presenza, forse non la presenza della grazia, ma presenza che attualmente lo sta creando, Dio è interamente occupato a crearlo con amore. È questa meraviglia che ci dà il dono di dominare "fino al cuore del nemico".
Sapete, è un versetto del Salmo 109: domina fino al cuore dei tuoi nemici (cfr. Sal 110 [109], 2). Non tentiamo di dominare con la violenza, non tentiamo di dominare dall'esterno, non tentiamo di costringere o blandire i corpi. Cos'è dunque questo dominio del cuore del nemico? Viene dalla consapevolezza che anche la persona che sembra più lontana, è possibile che in realtà sia più vicina a Dio di noi, e sembri lontana per una sua ignoranza invincibile. In ogni caso, Dio le è vicino, e noi siamo certi che il suo cuore è stato fatto da Dio e per Dio, quindi il suo cuore è nostro alleato. Anche se si presenta come ostile e nemica, il suo cuore è nostro alleato. Se innanzi tutto non siamo meravigliati di questo, allora non stiamo parlando di Dio, ma di faccende secondarie.

IV.1. Perché parlare di Dio? Il sogno di una super-bestialità

Arrivo ora a una questione ancor più fondamentale. In fin dei conti, perché parlare di Dio? L'ho già suggerito, non si può essere giusti senza una certa conoscenza del Dio della giustizia, di colui che è la giustizia, e che, essendo giustizia, ci mostra ciò che è la vera giustizia, la giustizia misericordiosa. Altrimenti ricadiamo nel lassismo di una falsa misericordia, oppure nel totalitarismo di una falsa giustizia. Dietro a questa costante, in realtà, c'è qualcosa di più profondo, una domanda semplicissima: perché Dio non ci parla direttamente? Perché tocca a noi parlare di lui? E perché non abbiamo un auricolare, delle cuffie? Potremmo così giovarci continuamente di locuzioni interiori. Alcuni desidererebbero una comunicazione così immediata. Ma se disponessimo di una tale immediatezza non saremmo più completamente uomini, ma piuttosto bestie superiori. Voglio dire che agiremmo per istinto.
Lo specifico dell'uomo è di domandarsi cosa deve fare. Un animale non si pone domande, agisce in modo assolutamente determinato. Essere uomo, significa dover sempre cercare un senso, interrogarsi sulla propria vita e formulare attivamente una risposta o un'invocazione.

IV.2. Il dono della missione

Malgrado tutto, la questione resta: perché Dio si nasconde? Perché è così silenzioso? In realtà, se è silenzioso, è perché noi non restiamo muti. Dio non è avaro, la sua generosità non si limita a elargirci i suoi doni in modo che restiamo passivi, senza più nulla da fare. La sua generosità non è avara perché consiste nel renderci noi stessi generosi, fecondi. La sua generosità consiste nel rendere la sua creatura partecipe delle sue bontà, cooperatrice della sua azione.
Per questo motivo Dio vuole parlare attraverso le sue creature. Se ci parlasse direttamente, la creazione smetterebbe di essere parola di Dio, le cose che ci circondano non sarebbero più segni di lui. Questa bottiglia sul tavolo, la luce che passa attraverso l'acqua ... c'è qualcosa, un mistero che i poeti sanno contemplare, e spetta a noi ascoltare
questa parola di Dio nel silenzio della contemplazione.
Ma c'è più di una bottiglia d'acqua illuminata, c'è il volto di un altro uomo. Dio parla sempre attraverso testimoni perché vuole donarci di cooperare alla sua opera. Vuole che siamo noi la sua presenza gli uni per gli altri. Si può dire che l'apparente assenza di Dio è in realtà il dono della sua presenza attraverso la sua creazione, attraverso di noi. È il dono di una missione che ci coinvolge.

IV.3. Un'alleanza e non una teoria

Gesù stesso non parla imponendo le cose dall'alto. Come mai? Perché non è venuto a comunicarci una teoria, ma a concludere un'alleanza. Ecco un aspetto decisivo: quando Dio parla, è per fare alleanza. Allora comprendo che parlare di Dio non significa trasmettere semplicemente un messaggio, una teoria generale. Il mistero del cristianesimo sta nel fatto che il Messaggero è più importante del Messaggio, o, se preferite, che il Messaggero è il Messaggio.
Qui non mi sto riferendo semplicemente a Cristo, al mistero dell’Incarnazione: mi riferisco al mistero stesso della Trinità. Il mistero della Trinità ci rivela che Dio non è un oceano di luce anonimo e impersonale, ma è comunione di Persone. Per cui parlare di Dio non è tanto trasmettere un messaggio, ma vivere una comunione profonda a partire dal mistero trinitario. La Rivelazione in fondo ci mostra che i volti sono più importanti delle idee. E che se, a un certo punto, preoccupato di trasmettere un messaggio, mi metto a disprezzare il volto dell’altro, la presenza del mio interlocutore... beh, da quel momento ho travalicato i limiti della verità cristiana.
Il cristianesimo afferma il primato della persona, perché Dio è comunione di Persone. E dico persone nella loro diversità, perché in Dio c’è questa diversità eterna che è garanzia della nostra differenziazione e della nostra diversità eterna. Se difendiamo i dogmi cattolici, non lo facciamo in quanto vogliamo difendere le idee, ma per salvaguardare la diversità dei volti. Perché i dogmi manifestano l’avvenimento che salva ogni volto nella sua unicità.
Ed è per questo, per annunciare la comunione delle Persone divine, che è necessario vivere la comunione. Parlare di Dio non è possibile se non a partire da una comunità, non si può mai a guisa di cavaliere solitario. I discepoli sono inviati due a due. È il minimo. D’altronde il cucciolo dell’uomo non fa la sua apparizione che per la comunione tra i due sessi. Succede la stessa cosa, per analogia, nell’ordine soprannaturale: è necessaria la comunione delle persone più diverse perché un uomo ascolti la parola di Dio e rinasca alla grazia.

V.1. Il bello di oggi

Per concludere, dobbiamo affrontare l’ultimo termine della nostra domanda: “Oggi”. Vi rendete conto che ciò che ho detto fin qui può valere per ogni epoca. Adesso si tratta di pensare ciò che è specifico dei tempi nostri. Ora, la prima cosa che occorre dire in proposito, è che non dobbiamo aver nostalgia di una cristianità ormai passata.
Il professor Sergio Belardinelli ieri ha affermato che tutte le epoche sarebbero contemporanee nei confronti dell'eternità e che dunque tutte sarebbero allo stesso modo altrettanto vicine e altrettanto lontane da Dio. È vero da un punto di vista metafisico, ma non è affatto vero dal punto di vista storico.
Dal punto di vista storico, bisogna riconoscere che la Storia ha la dinamica rivelata dalla parabola del grano e della zizzania. La parabola del grano e della zizzania ci dice che la storia consiste in una crescita parallela del male e del bene, simultaneamente. Vale a dire che le cose vanno sempre meglio e sempre peggio. Veniamo così a trovarci allo stesso tempo nella migliore e nella peggiore delle epoche, e domani sarà ancor migliore e ancor peggiore.
Per quanto riguarda il miglioramento, che grazia, ad esempio, vivere dopo la definizione del dogma dell'Assunzione! Gli altri cristiani non hanno avuto questa certezza, ma noi abbiamo questa chiarificazione meravigliosa, quindi la nostra epoca è migliore da questo punto di vista. Che grazia anche l'essere venuti fuori (ed era ora!) dall'antigiudaismo che a lungo ha corroso la Chiesa dall'interno: penso al Giubileo del 2000, durante il quale molto si è discusso della questione, e la Chiesa ha fatto penitenza per il disprezzo verso il mistero d'Israele nel quale erano incorsi i suoi figli. Che grazia anche poter vedere nel Santo Padre innanzi tutto il Vicario di Cristo e non un pericoloso sovrano temporale, com'era una volta. I francesi un tempo non guardavano al Papa ma al "Re Cristianissimo", al Re di Francia: era lui il punto di riferimento del cristianesimo, non il Papa, e questo generava confusioni tremende, collusioni disastrose.

da | gliscritti

Il ROSARIO CON GLI SCRITTI DI SAN MASSIMILIANO KOLBE: "Gesù flagellato alla colonna"



Gesù flagellato alla colonna
 “Tutto posso in colui che mi dà forza” (Fil 4,13).
 “Quando poi ci imbattiamo in una difficoltà che non siamo in grado di superare, oppure qualche tentazione incomincia a tormentarci con insistenza, non perdiamoci d'animo, ma rivolgiamoci sempre a Lei con piena fiducia come i figli alla madre ed Ella ci infonderà la luce e la forza necessarie, ci stringerà al cuore e addolcirà le più grandi amarezze. Non esiste al mondo un angoletto privo di croci; del resto, se queste non ci fossero, non avremmo nemmeno la possibilità di guadagnarci il paradiso. Perciò, non sfuggiamo troppo la croce, ma se è necessario prenderla sulle spalle, portiamola di buon grado per amore verso l'Immacolata” (SK 751).

Lectio: Lunedì, 27 Luglio, 2015 Tempo ordinario

1) Preghiera
O Dio, nostra forza e nostra speranza,
senza di te nulla esiste di valido e di santo;
effondi su di noi la tua misericordia
perché, da te sorretti e guidati,
usiamo saggiamente dei beni terreni
nella continua ricerca dei beni eterni.
Per il nostro Signore Gesù Cristo...
2) Lettura
Dal Vangelo secondo Matteo 13,31-35
In quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola: “Il regno dei cieli si può paragonare a un granellino di senapa, che un uomo prende e semina nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande degli altri legumi e diventa un albero, tanto che vengono gli uccelli del cielo e si annidano fra i suoi rami”.
Un’altra parabola disse loro: “Il regno dei cieli si può paragonare al lievito, che una donna ha preso e impastato con tre misure di farina perché tutta si fermenti”.
Tutte queste cose Gesù disse alla folla in parabole e non parlava ad essa se non in parabole, perché si adempisse ciò che era stato detto dal profeta: “Aprirò la mia bocca in parabole, proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo”.
3) Riflessione
• Stiamo meditando il Discorso delle Parabole, il cui obiettivo è quello di rivelare, per mezzo di paragoni, il mistero del Regno di Dio presente nella vita della gente. Il vangelo di oggi ci presenta due brevi parabole, il granello di senape e il lievito. In esse Gesù racconta due storie tratte dalla vita di ogni giorno, che serviranno di termine di paragone per aiutare la gente a scoprire il mistero del Regno. Nel meditare queste due storie non bisogna cercare di scoprire ciò che ogni elemento delle storie ci vuole dire sul Regno. Si deve guardare prima la storia in sé, come un tutto e cercare di scoprire qual è il punto centrale attorno a cui la storia fu costruita, poiché questo punto centrale servirà da termine di paragone per rivelare il Regno di Dio. Vediamo qual è il punto centrale delle due parabole.
• Matteo 13,31-32: La parabola del granellino di senape. Gesù dice: ”Il Regno dei cieli è simile ad un granellino di senape“ e, poi racconta subito la storia: un granellino ben piccolo viene gettato nel campo; essendo molto piccolo, cresce, diventa più grande delle altre piante ed attira gli uccelli che in essa si costruiscono il nido. Gesù non spiega la storia. Vale qui ciò che ha detto in un’altra occasione: “Chi ha orecchi per udire, intenda!” Ossia: “E’ questo. Avete sentito, ed ora cercate di capire!” Tocca a noi scoprire ciò che la storia ci rivela sul Regno di Dio presente nella nostra vita. Così per mezzo di questa storia del granellino di senape, Gesù ci spinge ad avere fantasia, perché ognuno di noi capisce qualcosa della semina. Gesù spera che le persone, noi tutti, cominciamo a condividere ciò che ognuno di noi ha scoperto. Condivido ora tre punti che ho scoperto sul Regno, partendo da questa parabola: (a) Gesù dice: "Il Regno dei Cieli è simile ad un granellino di senape“. Il Regno non è qualcosa di astratto, non è un’idea. E’ una presenza in mezzo a noi (Lc 17,21). Come è questa presenza? E’ come il granellino di senape: presenza ben piccola, umile, che quasi non si vede. Si tratta di Gesù stesso, un povero falegname, che va per la Galilea, parlando del Regno alla gente dei villaggi. Il Regno di Dio non segue i criteri dei grandi del mondo. Ha un altro modo di pensare e di procedere. (b) La parabola evoca una profezia di Ezechiele, in cui si dice che Dio prenderà un piccolo ramoscello di cedro e lo pianterà sulle montagne di Israele. Questo piccolo ramoscello di centro “metterà rami e farà frutti e diventerà un cedro magnifico. Sotto di lui tutti gli uccelli dimoreranno, ogni volatile all'ombra dei suoi rami riposerà. Sapranno tutti gli alberi della foresta che io sono il Signore, che umilio l'albero alto e innalzo l'albero basso; faccio seccare l'albero verde e germogliare l'albero secco. Io, il Signore, ho parlato e lo farò». (Ez 17,22-23). (c) Il granellino di senape, pur essendo piccolo, cresce e suscita speranza. Come il granellino di senape, così anche il Regno ha una forza interiore e cresce. Come cresce? Cresce attraverso la predicazione di Gesù e dei discepoli e delle discepole nei villaggi della Galilea. Cresce, fino ad oggi, mediante la testimonianza delle comunità e diventa una buona notizia di Dio che irradia luce ed attira le persone. La persona che arriva vicino alla comunità, si sente accolta, in casa, e costruisce in essa il suo nido, la sua dimora. Infine, la parabola lascia in aria una domanda: chi sono i passeri? La domanda otterrà una risposta più in là, nel vangelo. Il testo suggerisce che si tratta dei pagani che potranno entrare nel Regno (Mt15,21-28).
• Matteo 13,33: La parabola del lievito. La storia della seconda parabola è questa: una donna prende un pochino di lievito e lo mescola con tre porzioni di farina, fino a che il tutto fermenti. Di nuovo, Gesù non spiega, dice solamente: "Il Regno dei Cieli è come un lievito...”. Come nella prima parabola, tocca a noi scoprirne il significato che ha oggi per noi. Ecco alcuni punti da me scoperti, che mi hanno fatto pensare: (a) Ciò che cresce non è il lievito, ma la pasta. (b) Si tratta di una cosa ben di casa, del lavoro di una donna di casa. (c) Il lievito si mescola con la massa pura della farina, e contiene qualcosa di putrido. (d) L’obiettivo è far fermentare tutta la pasta, non solo una parte. (e) Il lievito non ha valore in se stesso, ma serve per far crescere la pasta.
• Matteo 13,34-35: Perché Gesù parla in parabole. Qui, alla fine del Discorso delle Parabole, Matteo chiarisce il motivo che spingeva Gesù ad insegnare alla gente sotto forma di parabole. Lui dice che era affinché si compisse la profezia che diceva: "Aprirò la bocca per usare parabole; proclamerò cose nascoste fin dalla creazione del mondo". In realtà, il testo citato non è di un profeta, bensì è un salmo (Sal 78,2). Per i primi cristiani tutto l’Antico Testamento era una grande profezia che annunciava velatamente la venuta del Messia ed il compimento delle promesse di Dio. In Marco 4,34-36, il motivo che spingeva Gesù ad insegnare alla gente per mezzo di parabole era quello di adattare il messaggio alla capacità della gente. Con questi esempi tratti dalla vita della gente, Gesù aiutava le persone a scoprire le cose di Dio nella vita di ogni giorno. La vita diventava trasparente. Faceva percepire che lo straordinario di Dio si nasconde nelle cose ordinarie e comuni della vita di ogni giorno. La gente capiva le cose della vita. Nelle parabole riceveva la chiave per aprirla ed incontrare in essa i segni di Dio. Alla fine del Discorso delle Parabole, in Matteo 13,52, come vedremo dopo, ci sarà spiegato un altro motivo che spinge Gesù ad insegnare con parabole.
4) Per un confronto personale
• Qual è il punto di queste due parabole che più ti è piaciuto o che più ti ha colpito? Perché?
• Qual è il seme che, senza che tu te ne rendessi conto, è cresciuto in te e nella tua comunità?
5) Preghiera finale
O mia forza, a te voglio cantare,
poiché tu sei, o Dio, la mia difesa,
mio Dio, tu sei la mia misericordia. (Sal 58)
da | O. Carm

Che fame hai? Don Paolo Zamengo SDB 17a Domenica del T. O. (Gv 6, 1-15)



 

Che fame hai? 

Don Paolo Zamengo SDB 
17a  Domenica del T. O.   (Gv 6, 1-15)

Una folla impressionante rincorre Gesù fin sulla riva orientale del lago di Tiberiade. Sul quel litorale deserto la gente è testimone di un prodigio singolare: una sorprendente moltiplicazione di pani e di pesci che rimarrà scolpita nella memoria di quanti hanno avuto il coraggio di seguire Gesù oltre il buon senso.

Era vicina la festa di Pasqua e il popolo era solito salire al tempio. Il racconto del vangelo di Giovanni riferisce che una grande moltitudine aveva invece scelto di andare ad ascoltare Gesù.  Quel popolo si era ritrovato così non più sulla spianata del tempio a Gerusalemme, ma in un altro tempio, all’aperto, attorno a un maestro che non era iscritto all’albo professionale dei rabbini di ruolo.

Molta gente era corsa da Gesù compiendo un pellegrinaggio alternativo. Questa scelta aveva rotto gli schemi tradizionali della religione ebraica, interessi economici compresi. E Gesù prova una tenerezza infinita per questo nuovo popolo di Dio, per questa primizia di chiesa.

Allora Gesù dialoga con Filippo e Filippo risponde con un rapido calcolo economico dimostrando di aver capito ancora poco di Gesù. Interviene Andrea che porta un ragazzo che ha con sé cinque pani d’orzo e due pesci. Un ragazzo. Sono sempre i piccoli, gli insignificanti i più disponibili a capire e a condividere. E Gesù approva felice e dice a tutti: Prego: accomodatevi. 

Nel deserto, Dio aveva provveduto alla manna quotidiana. Oggi provvede ancora e abbondantemente per la fame del suo popolo. Problema della terra non è la mancanza di pane ma la mancanza del lievito dei credenti cui è affidato il compito di fermentare la pasta.

Ciò che avanza a te, manca a un altro. Las veste che non indossi è di chi è nudo. Il cibo che tu sprechi è di chi ha fame. Forse questo è il senso del miracolo di oggi che qualcuno preferisce chiamare non della moltiplicazione ma della condivisione.  Il cuore generoso di un ragazzo, senza volto e senza nome, è stato il lievito del miracolo.

La folla mangia in una atmosfera trasognata di pace. La pancia piena  alimenta però false illusioni e proietta su Gesù aspettative che lui non gradisce.

Un ragazzino anonimo ha rischiato la fame per consentire a Gesù il suo intervento. Grazie a questo ragazzo un popolo è stato sfamato e grazie a lui, Gesù guida il suo popolo in un nuovo percorso: dalla fame di pane alla fame di Dio.

Quando cerchiamo solo il pane soffochiamo il nostro destino. Non di solo pane vive l’uomo. Di solo pane, l’uomo muore.

Ma la fame riguarda anche Dio. Gesù risorto chiede agli apostoli: “Avete qualcosa da mangiare?”. E alla Samaritana Gesù chiede acqua da bere.  Gesù vuole che ogni creatura ritrovi senso in Gesù e nel suo vangelo.

Noi, di cosa abbiamo fame?

sabato 25 luglio 2015

Come parlare di Dio oggi?, di Fabrice Hadjadj ( 2 )

 

II.3. Rimozione umanistica

Quest'ultima considerazione ci conduce al secondo problema: la rimozione umanistica, "la mistica del nascondimento", come talvolta si sente dire. Smettiamola di parlare di Dio, viviamo piuttosto in modo giusto con tutti gli uomini. È meglio una carità silenziosa che una verità schiacciante.
Però, procedendo in questa direzione, finiremo per dire: se possiamo essere giusti senza parlare di Dio, possiamo essere giusti senza Dio. La rimozione umanistica che troviamo in alcuni cristiani provoca la reazione dell'agnosticismo. L'agnosticismo dichiara: ecco, è sufficiente essere giusti. Si può essere giusti senza credere in Dio, la conoscenza di Dio non cambia niente. Sapete quanto spesso sentiamo ripetere questo. Ed è così che cadiamo nell'agnosticismo. L'agnosticismo non è un ateismo, non sostiene: Dio non esiste. Dice semplicemente: la conoscenza di Dio non cambia nulla in un'esistenza umana, si può essere buoni e giusti senza fede e religione. Gli agnostici sostengono una morale, ma una morale senza Dio, perché la morale non suppone la conoscenza di Dio.
Ora, questo è del tutto falso. Il cardinale Rylko ha ricordato nel suo primo intervento che con Dio tutto cambia, da cui discende l'importanza di conoscerlo. Perché? Perché non si può essere giusti senza avere una conoscenza di Dio, almeno implicita. In realtà, la questione andrebbe posta così: Chi ci mostrerà la giustizia? Se suppongo di poter essere giusto senza Dio, significa che io cercherò il fondamento della giustizia in qualcos'altro che non sia Dio, dunque penserò che l'uomo è la misura del giusto e dell'ingiusto. Ma se l'uomo è la misura del giusto e dell'ingiusto, rendetevi conto, non c'è più nulla di trascendente, non ci sono più leggi trascendenti, dunque tutto diventa manipolabile. E ci troveremo necessariamente o nel lassismo, dove tutto è permesso, o in non so quale norma di giustizia da imporre a tutti, finendo nel totalitarismo. Non è vero che possiamo essere perfettamente giusti senza una conoscenza almeno implicita di Dio. Perché altrimenti presenteremmo noi stessi come maestri di giustizia, il che è assolutamente falso.
Seconda osservazione: non si può essere perfettamente atei. È una questione molto importante. Io ho cercato di essere ateo, ho fatto questo tentativo per voi, ve ne posso dire qualcosa. È molto difficile essere atei, addirittura quasi impossibile. Vedete, la domanda che bisogna porre alle persone non è: "Credi in Dio?", ma: "Quale principio divinizzi nella tua vita?". Rendetevi conto della difficoltà. Vi dico questo perché essere atei richiede di non divinizzare nulla, e soprattutto di non divinizzare l'ateismo. Perché se faccio dell'ateismo una sorta di nuova religione, sono in contraddizione. Non devo divinizzare il mio ateismo, non devo nemmeno divinizzare il mio giudizio, non devo divinizzare me stesso, né il denaro, né il piacere, né la letteratura... se sono ateo per davvero, devo accettare di non disporre dell'ultima parola, di non avere l'ultima parola.
Capite la contraddizione che c'è in seno all'ateismo, che non può essere sincero senza questa dinamica. Se io affermo drasticamente: "Ecco, la questione è chiusa, è risolta", allora c'è qualcosa di falso nel mio ateismo. Dire: "Io non ho l'ultima parola", non significa soltanto: "non abbiamo che parole penultime". Perché se dici: "non esistono che parole penultime, non c'è parola ultima", in quel momento la tua parola penultima diventa la parola ultima. Perciò bisogna dire: "Io non ho l'ultima parola, ma ci dev'essere una parola ultima, riconosco che c'è una parola ultima". L'ateismo, quando è sincero, vuol distruggere tutti gli idoli, ma una volta distrutti tutti gli idoli, deve distruggere l'idolo dell'ateismo, e in quel momento deve accettare, deve confessare una certa disponibilità, una certa apertura al mistero.
In fondo, si potrebbe dire che l'ateismo, quando è in buona fede, non può giungere al suo compimento senza accogliere la trascendenza del mistero. Qualcosa non prodotto da noi, ma che viene a noi. L'ateismo non giunge al suo compimento se non distrugge tutti gli idoli; ed è al termine della distruzione che può farsi presente il Dio vero, colui che noi non abbiamo scelto, ma che ha scelto noi.

II.4. La questione metafisica fondamentale

Vedete, dunque si tratta di uscire dal duplice problema di cui ho trattato, quello della banalizzazione fondamentalista e quello della rimozione umanistica. Parlare di Dio non è parlare di una cosa tra le altre, ma parlare dell’origine di tutte le cose. Ecco, senza dubbio, il punto più importante: parlare di Dio non è parlare di una cosa tra le altre, come se si trattasse di una super-creatura. Non è una cosa a fianco alle altre, non è una cosa in mezzo alle altre, ma la loro origine trascendente (e la trascendenza non è un dato esteriore). La parola di Dio non è quindi una parola esclusiva, come crede il fondamentalismo, ma una parola inclusiva. È una parola sempre attenta e amorosa, io infatti parlo davvero di Dio se mi meraviglio delle sue opere, se volgo lo sguardo verso le cose come verso le sue amate creature.
Sullo sfondo emerge una questione metafisica fondamentale, la questione della relazione tra il Creatore e la creatura. Spesso, in proposito, abbiamo una visione concorrenziale. Quando dico visione concorrenziale, mi riferisco all’idea che per far posto alla creatura bisognerebbe allontanare il Creatore e che, reciprocamente, per far posto al Creatore, bisognerebbe allontanare, cacciare la creatura. Altrimenti, terza possibilità per salvare capra e cavoli, se vogliamo salvare entrambi: lasciare una parte al Creatore e una parte alla creatura. Ora, queste tre opzioni sono false. La verità è che più vado verso la creatura, più vado verso il Creatore, perché è la sua origine. E più vado verso il Creatore, più mi volgo alle creature, perché sono opera sua.
Dico spesso che certi cristiani, e in questo consiste il problema del fondamentalismo in generale, assomigliano a quel tipo di ammiratori che rivolgendosi a Dante, per esempio, gli direbbero: “Signor Dante, lei è ammirevole, lei è il grande Dante!”; e Dante domanda loro: “Avete letto La Divina Commedia? Qual è il canto che vi ha colpito di più?” e gli ammiratori rispondono: “Veramente no, non l’abbiamo letta”. Allora il poeta chiede: “ma allora, perché quest’ammirazione per me?”, e gli ammiratori: “Noi sappiamo che lei e il grande Dante, abbiamo sentito parlare di lei, del suo genio, della fama che circonda la sua persona, ma della sua poesia, no, non ce ne siamo mai interessati".
Vedete, spesso andiamo da Dio a dirgli: "Io ti amo, o Creatore", ma non ci interessa la creatura. E questo è assurdo, o meglio, perverso. Ecco perché la posta metafisica fondamentale è comprendere che andare verso Dio non significa allontanarsi dalle creature, e che l'abbandono a Dio non implica alcuna alienazione, Dio non ci toglie nulla; volendo esprimerei in modo appropriato: Egli a noi non vuole che donare. E se dà l'impressione di volerci togliere qualcosa, si tratta di cose superficiali o di intralcio. Cose che in realtà ci trascinano verso il nulla, che non appartengono all'ordine dell'essere, della pienezza dell'essere.
Se vai da qualcuno a parlargli di Dio, finirai per dirgli: "Nel tuo cuore, tu desideri Dio, del resto tutti gli uomini desiderano vedere Dio". E la persona sgrana gli occhi e ti risponde: "No, io non desidero vedere Dio. Desidero vedere una bella donna, per esempio, o desidero vedere Venezia, o un bel film d'azione". Ma in fondo, che significa vedere qualcuno? Quando si ama qualcuno, ci si volge a lui e si percepisce chiaramente che c'è un mistero che ci sfugge. E vorremmo poterlo cogliere davvero, questo mistero, vorremmo poter abbracciare la persona che si ama nella sua essenza, ma è evidente che le nostre braccia non arrivano a tanto.
C'è un mistero in ogni abbraccio: più stringiamo la persona e più avvertiamo che ci sfugge, che le luminose profondità della sua essenza ci sfuggono. E quindi se voglio scrutare fino in fondo la mia sposa, se voglio scrutare fino in fondo il cardinal Rylko nel mistero del suo volto, non posso che vederlo in Dio, nella sua origine. Non c'è concorrenza: non mi volgo veramente a un volto che partendo da Dio. Per questa ragione bisogna trovare una modalità di discorso che non sia esclusivo, al modo dei fondamentalisti: "Ti assesto Dio dall'alto, per respingerti", ma che sia inclusivo, come le braccia di una madre, in fin dei conti un discorso che cerchi di illuminare le profondità di ogni realtà. Quello che sto dicendo è che, in fondo, la nostra domanda è: come parlare nella verità?

III.1. Come parlare

Parlare di qualcosa in profondità conduce sempre a parlare del mistero divino. Come uscire dalle chiacchiere? Come superare lo stadio della comunicazione animale? Come accade che una parola è vera? C'è un requisito fondamentale per la verità di una parola, ed è che la verità della parola deve contenere la verità dell'esistenza. E che cos'è la verità dell'esistenza? È che io desidero la felicità e che io morirò. Una parola non è profonda, non è vera, se non contiene allo stesso tempo la coscienza della morte e il desiderio della gioia. La parola è vera solo se contiene questa estrema tensione, questa estrema lacerazione, questo profondo mistero dell'esistenza: "Voglio la gioia eppure sono votato alla morte", e non solo alla morte fisica, ma anche alla morte morale, al fatto che il peccato m'impedisce di andare verso la gioia.
Per questa ragione tutte le parole vere contengono un grido, un grido d'invocazione, l'invocazione verso un Salvatore, l'invocazione di una salvezza, altrimenti non sarebbero che chiacchiera, passatempo. ( continua)

da | gliscritti