lunedì 27 luglio 2015

Come parlare di Dio oggi?, di Fabrice Hadjadj (4)


 


 

V.2. La possibilità della distruzione totale

Devo però parlare del peggio, osservando incidentalmente che il fatto di aver coscienza del peggio fa parte ancora dell'aspetto migliore della nostra epoca. Se si deve qualificare l'oggi, è appropriato sottolineare che per la prima volta con una tale evidenza e certezza abbiamo la coscienza della finitudine della specie umana, in quanto specie. Un tempo sapevamo che ogni uomo è individualmente finito, ovverosia che è destinato a morire; ma in questo caso abbiamo la coscienza che l'uomo, inteso come specie, può scomparire completamente
Viviamo nell'epoca della fine delle utopie politiche, della fine del progressismo. Le utopie politiche potevano farci credere a un "radioso avvenire"; oggi non crediamo più a un futuro felice, regna piuttosto un catastrofismo generalizzato. Arthur Koestler diceva nel 1979: «Se mi chiedessero qual è la data più importante della storia come della preistoria del genere umano, risponderei senza esitazione: 6 agosto 1945 [ ... ]; dal giorno in cui la prima bomba atomica ha eclissato il sole di Hiroshima, l'umanità deve vivere nella prospettiva della sua totale scomparsa in quanto specie».[1]
Siamo la prima generazione ad aver smesso di credere di avere un domani. Siamo la prima generazione ad aver preso coscienza della possibilità di una scomparsa totale molto realistica e imminente. Per questa ragione, tutte le utopie politiche mondane, il marxismo, il liberalismo stesso ... sono state condannate a sparire, perché non crediamo più in una posterità.
Perché i giovani si disperdono nel mondo virtuale? Precisamente perché non credono più nella consistenza del mondo. Siamo in un'epoca in cui sempre di più si impone l'interrogativo della legittimità dell'esistenza dell'uomo. Ormai un certo darwinismo arriva a dire che l'uomo è un incidente, un "fai da te", è destinato a essere soppiantato da un'altra specie. Una tale idea è la dichiarazione di morte dell'umanesimo ateo.

V.3. Di fronte al post-umanesimo

E noi, al posto di questo umanesimo, che abbiamo? Tre forme di post-umanesimo. La prima è un tecnicismo che vuole produrre un superuomo efficientissimo o assorbito in divertimenti virtuali. La seconda forma è un ecologismo favorevole alla scomparsa dell'uomo a beneficio della Natura. E la terza consiste in questo fondamentalismo di un Dio che schiaccia l'umano.
Siamo dunque alla fine dell'umanesimo ateo e all'inizio di un post-umanesimo. Ora, questa situazione è un'occasione straordinaria per l'evangelizzazione. Dato che le speranze mondane, questi surrogati, sono crollate, è il momento di riaffermare la speranza teologale. Dato che l'umanesimo ateo, questa parodia, è distrutto, è il momento di mostrare un "umanesimo teocentrico", come auspicava Paolo VI.[2]
Ormai non si può più fondare l'umanesimo sull'uomo, perché non ci crediamo più, ma solo su Dio, solo su un Creatore che ha voluto l'uomo e l'ha desiderato e lo chiama alla vita eterna. Ormai non si può più fondare la speranza sul progresso storico, perché proprio questo progresso ci agita sotto il naso la catastrofe ecologica e la distruzione nucleare, ma soltanto sulla promessa di un Dio che ci fa il dono di aprirci una strada attraverso il Mar Rosso.

V.4. Fine del mondo

Per un cristiano, l'idea stessa di una fine del mondo non è un ostacolo. Io spesso la menziono. Abbiamo parlato, in questi giorni, del dono della vita, abbiamo sottolineato che la Vita è uno dei nomi di Cristo, non soltanto la Via e la Verità: egli è la Vita, con il suo carattere drammatico e imprevedibile, con un'inventiva che incessantemente si rinnova.
Oggi, accettare una nascita è diventato più difficile. Se non crediamo più al futuro, perché donare la vita? Nelle società occidentali è diventato un problema fondamentale. Il mio amico Rémi Brague, il filosofo, insiste molto su questo punto. Perché donare la vita? Evidentemente, se non crediamo nella vita, e quindi nella vita eterna, oggi non abbiamo più ragioni per donare la vita. Certo, da sempre solo la" vita eterna è una ragione definitiva, radicale, per accogliere un cucciolo d'uomo. Ma le speranze mondane hanno potuto produrre motivi sostitutivi e incoraggiare una certa propensione a generare. Oggi non è più così.
Mi piace ripetere che se venissi informato che la fine del mondo avverrà sicuramente nel dicembre 2012, la cosa non mi impedirebbe di avere un figlio a novembre (d'altronde sono in attesa del mio sesto figlio a maggio). Perché ai miei orecchi queste predizioni di morte non possono avere la meglio sulla profezia della vita? Perché la mia prospettiva per questo figlio non è la riuscita terrena, ma la gloria eterna. Io accolgo questo mio figlio perché viva, e viva in eterno.
Così, mentre le speranze terrene crollano, la questione della vita, la normale trasmissione della vita, diventa sempre di più legata alla questione di Dio, dato che non ci sono più le utopie a promuovere una propensione di ripiego alla generazione, dato che non crediamo più in un "radioso avvenire".

V.5. Persecuzione e testimonianza

Evidentemente, il verificarsi di questa formidabile situazione non significa che non incontreremo persecuzioni. Al contrario. Perché le persecuzioni non sono un ostacolo. Le persecuzioni allargano lo spazio della testimonianza, perché sono l'occasione di parlare nella verità del Dio che fa grazia e del suo Amore forte come la morte. Ci permettono di parlare come ha parlato il Verbo, vale a dire attraverso la croce. Il martirio è una legge costitutiva della Chiesa. Non è un incidente, non è l'effetto di un semplice malinteso. È quanto affermava il grande teologo Eric Peterson negli anni Quaranta: «Un certo numero di spiriti concilianti sono inclini a credere che quanto accade di male in questo mondo può essere imputato a semplici malintesi. Se si desse loro credito, bisognerebbe concludere che la crocifissione di Cristo e il martirio degli apostoli sono conseguenze di malintesi [ ... ]. Le parole di Gesù dimostrano, al contrario, che non è un equivoco umano a creare il martirio, è una necessità divina».[3]
Potremmo sostenere che ci hanno crocifisso perché non ci hanno capito. Ma può essere che, proprio come il demonio, ci hanno capito fin troppo bene, e che dovranno passare per questo crimine, come Davide, per rendersi conto dell'orrore che hanno perpetrato. Così il sangue diventa seme, come diceva Tertulliano.[4]
Per concludere non posso esimermi dal citare il Vangelo di Luca che abbiamo ascoltato questa settimana, il 22 novembre: «Metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza. Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere» (Lc 21,12-15).
Questo passo risponde perfettamente alla domanda: «Come parlare di Dio oggi?». Risponde perfettamente, perché ci dimostra che non esiste una risposta tecnica o teorica, ma che noi stessi, ciascuno di noi, dobbiamo essere risposta, seguendo Cristo fin sulla croce. Non si tratta di avere straordinarie capacità retoriche. Non si tratta neanche di disprezzare la retorica, né di vantarsi di non possedere alcuna capacità retorica. Perché la questione si colloca non sul versante dell'avere, ma dell'essere. Si tratta di essere con Cristo, di essere come lui parola viva e libera, dunque non tanto di avere una parola su Dio, quanto di essere gli uni per gli altri parola che viene da Dio.

da | gliscritti

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