sabato 25 luglio 2015

Come parlare di Dio oggi?, di Fabrice Hadjadj ( 2 )

 

II.3. Rimozione umanistica

Quest'ultima considerazione ci conduce al secondo problema: la rimozione umanistica, "la mistica del nascondimento", come talvolta si sente dire. Smettiamola di parlare di Dio, viviamo piuttosto in modo giusto con tutti gli uomini. È meglio una carità silenziosa che una verità schiacciante.
Però, procedendo in questa direzione, finiremo per dire: se possiamo essere giusti senza parlare di Dio, possiamo essere giusti senza Dio. La rimozione umanistica che troviamo in alcuni cristiani provoca la reazione dell'agnosticismo. L'agnosticismo dichiara: ecco, è sufficiente essere giusti. Si può essere giusti senza credere in Dio, la conoscenza di Dio non cambia niente. Sapete quanto spesso sentiamo ripetere questo. Ed è così che cadiamo nell'agnosticismo. L'agnosticismo non è un ateismo, non sostiene: Dio non esiste. Dice semplicemente: la conoscenza di Dio non cambia nulla in un'esistenza umana, si può essere buoni e giusti senza fede e religione. Gli agnostici sostengono una morale, ma una morale senza Dio, perché la morale non suppone la conoscenza di Dio.
Ora, questo è del tutto falso. Il cardinale Rylko ha ricordato nel suo primo intervento che con Dio tutto cambia, da cui discende l'importanza di conoscerlo. Perché? Perché non si può essere giusti senza avere una conoscenza di Dio, almeno implicita. In realtà, la questione andrebbe posta così: Chi ci mostrerà la giustizia? Se suppongo di poter essere giusto senza Dio, significa che io cercherò il fondamento della giustizia in qualcos'altro che non sia Dio, dunque penserò che l'uomo è la misura del giusto e dell'ingiusto. Ma se l'uomo è la misura del giusto e dell'ingiusto, rendetevi conto, non c'è più nulla di trascendente, non ci sono più leggi trascendenti, dunque tutto diventa manipolabile. E ci troveremo necessariamente o nel lassismo, dove tutto è permesso, o in non so quale norma di giustizia da imporre a tutti, finendo nel totalitarismo. Non è vero che possiamo essere perfettamente giusti senza una conoscenza almeno implicita di Dio. Perché altrimenti presenteremmo noi stessi come maestri di giustizia, il che è assolutamente falso.
Seconda osservazione: non si può essere perfettamente atei. È una questione molto importante. Io ho cercato di essere ateo, ho fatto questo tentativo per voi, ve ne posso dire qualcosa. È molto difficile essere atei, addirittura quasi impossibile. Vedete, la domanda che bisogna porre alle persone non è: "Credi in Dio?", ma: "Quale principio divinizzi nella tua vita?". Rendetevi conto della difficoltà. Vi dico questo perché essere atei richiede di non divinizzare nulla, e soprattutto di non divinizzare l'ateismo. Perché se faccio dell'ateismo una sorta di nuova religione, sono in contraddizione. Non devo divinizzare il mio ateismo, non devo nemmeno divinizzare il mio giudizio, non devo divinizzare me stesso, né il denaro, né il piacere, né la letteratura... se sono ateo per davvero, devo accettare di non disporre dell'ultima parola, di non avere l'ultima parola.
Capite la contraddizione che c'è in seno all'ateismo, che non può essere sincero senza questa dinamica. Se io affermo drasticamente: "Ecco, la questione è chiusa, è risolta", allora c'è qualcosa di falso nel mio ateismo. Dire: "Io non ho l'ultima parola", non significa soltanto: "non abbiamo che parole penultime". Perché se dici: "non esistono che parole penultime, non c'è parola ultima", in quel momento la tua parola penultima diventa la parola ultima. Perciò bisogna dire: "Io non ho l'ultima parola, ma ci dev'essere una parola ultima, riconosco che c'è una parola ultima". L'ateismo, quando è sincero, vuol distruggere tutti gli idoli, ma una volta distrutti tutti gli idoli, deve distruggere l'idolo dell'ateismo, e in quel momento deve accettare, deve confessare una certa disponibilità, una certa apertura al mistero.
In fondo, si potrebbe dire che l'ateismo, quando è in buona fede, non può giungere al suo compimento senza accogliere la trascendenza del mistero. Qualcosa non prodotto da noi, ma che viene a noi. L'ateismo non giunge al suo compimento se non distrugge tutti gli idoli; ed è al termine della distruzione che può farsi presente il Dio vero, colui che noi non abbiamo scelto, ma che ha scelto noi.

II.4. La questione metafisica fondamentale

Vedete, dunque si tratta di uscire dal duplice problema di cui ho trattato, quello della banalizzazione fondamentalista e quello della rimozione umanistica. Parlare di Dio non è parlare di una cosa tra le altre, ma parlare dell’origine di tutte le cose. Ecco, senza dubbio, il punto più importante: parlare di Dio non è parlare di una cosa tra le altre, come se si trattasse di una super-creatura. Non è una cosa a fianco alle altre, non è una cosa in mezzo alle altre, ma la loro origine trascendente (e la trascendenza non è un dato esteriore). La parola di Dio non è quindi una parola esclusiva, come crede il fondamentalismo, ma una parola inclusiva. È una parola sempre attenta e amorosa, io infatti parlo davvero di Dio se mi meraviglio delle sue opere, se volgo lo sguardo verso le cose come verso le sue amate creature.
Sullo sfondo emerge una questione metafisica fondamentale, la questione della relazione tra il Creatore e la creatura. Spesso, in proposito, abbiamo una visione concorrenziale. Quando dico visione concorrenziale, mi riferisco all’idea che per far posto alla creatura bisognerebbe allontanare il Creatore e che, reciprocamente, per far posto al Creatore, bisognerebbe allontanare, cacciare la creatura. Altrimenti, terza possibilità per salvare capra e cavoli, se vogliamo salvare entrambi: lasciare una parte al Creatore e una parte alla creatura. Ora, queste tre opzioni sono false. La verità è che più vado verso la creatura, più vado verso il Creatore, perché è la sua origine. E più vado verso il Creatore, più mi volgo alle creature, perché sono opera sua.
Dico spesso che certi cristiani, e in questo consiste il problema del fondamentalismo in generale, assomigliano a quel tipo di ammiratori che rivolgendosi a Dante, per esempio, gli direbbero: “Signor Dante, lei è ammirevole, lei è il grande Dante!”; e Dante domanda loro: “Avete letto La Divina Commedia? Qual è il canto che vi ha colpito di più?” e gli ammiratori rispondono: “Veramente no, non l’abbiamo letta”. Allora il poeta chiede: “ma allora, perché quest’ammirazione per me?”, e gli ammiratori: “Noi sappiamo che lei e il grande Dante, abbiamo sentito parlare di lei, del suo genio, della fama che circonda la sua persona, ma della sua poesia, no, non ce ne siamo mai interessati".
Vedete, spesso andiamo da Dio a dirgli: "Io ti amo, o Creatore", ma non ci interessa la creatura. E questo è assurdo, o meglio, perverso. Ecco perché la posta metafisica fondamentale è comprendere che andare verso Dio non significa allontanarsi dalle creature, e che l'abbandono a Dio non implica alcuna alienazione, Dio non ci toglie nulla; volendo esprimerei in modo appropriato: Egli a noi non vuole che donare. E se dà l'impressione di volerci togliere qualcosa, si tratta di cose superficiali o di intralcio. Cose che in realtà ci trascinano verso il nulla, che non appartengono all'ordine dell'essere, della pienezza dell'essere.
Se vai da qualcuno a parlargli di Dio, finirai per dirgli: "Nel tuo cuore, tu desideri Dio, del resto tutti gli uomini desiderano vedere Dio". E la persona sgrana gli occhi e ti risponde: "No, io non desidero vedere Dio. Desidero vedere una bella donna, per esempio, o desidero vedere Venezia, o un bel film d'azione". Ma in fondo, che significa vedere qualcuno? Quando si ama qualcuno, ci si volge a lui e si percepisce chiaramente che c'è un mistero che ci sfugge. E vorremmo poterlo cogliere davvero, questo mistero, vorremmo poter abbracciare la persona che si ama nella sua essenza, ma è evidente che le nostre braccia non arrivano a tanto.
C'è un mistero in ogni abbraccio: più stringiamo la persona e più avvertiamo che ci sfugge, che le luminose profondità della sua essenza ci sfuggono. E quindi se voglio scrutare fino in fondo la mia sposa, se voglio scrutare fino in fondo il cardinal Rylko nel mistero del suo volto, non posso che vederlo in Dio, nella sua origine. Non c'è concorrenza: non mi volgo veramente a un volto che partendo da Dio. Per questa ragione bisogna trovare una modalità di discorso che non sia esclusivo, al modo dei fondamentalisti: "Ti assesto Dio dall'alto, per respingerti", ma che sia inclusivo, come le braccia di una madre, in fin dei conti un discorso che cerchi di illuminare le profondità di ogni realtà. Quello che sto dicendo è che, in fondo, la nostra domanda è: come parlare nella verità?

III.1. Come parlare

Parlare di qualcosa in profondità conduce sempre a parlare del mistero divino. Come uscire dalle chiacchiere? Come superare lo stadio della comunicazione animale? Come accade che una parola è vera? C'è un requisito fondamentale per la verità di una parola, ed è che la verità della parola deve contenere la verità dell'esistenza. E che cos'è la verità dell'esistenza? È che io desidero la felicità e che io morirò. Una parola non è profonda, non è vera, se non contiene allo stesso tempo la coscienza della morte e il desiderio della gioia. La parola è vera solo se contiene questa estrema tensione, questa estrema lacerazione, questo profondo mistero dell'esistenza: "Voglio la gioia eppure sono votato alla morte", e non solo alla morte fisica, ma anche alla morte morale, al fatto che il peccato m'impedisce di andare verso la gioia.
Per questa ragione tutte le parole vere contengono un grido, un grido d'invocazione, l'invocazione verso un Salvatore, l'invocazione di una salvezza, altrimenti non sarebbero che chiacchiera, passatempo. ( continua)

da | gliscritti

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