mercoledì 17 giugno 2015

Il mio Kolbe

2.1 IL PRIMO APPROCCIO
Cominciai così a documentarmi su Kolbe, a partire dal primo e corposo studio di Antonio Ricciardi. Ma nel contempo, disordinatamente, con quel modo di procedere che mi è proprio, e che amo chiamare elegantemente “caotico implementare”, sbirciavo anche altri libri, come quello di Severino Regazzini. A un certo punto mi ricordai di una vita di Kolbe che avevo letto da ragazzo e che mi aveva colpito moltissimo, al punto che avevo fatto di quel libro un dono per tanti amici in diverse circostanze. Si intitolava “KOLBE, CRONACA DEGLI ULTIMI GIORNI” ed era stato pubblicato nel 1971 da “Città Nuova". L’autore, sotto lo pseudonimo di Sergio C. Lorit, era Gino Lubich, il fratello di Chiara Lubich, un valente giornalista capace di raccontare la storia del santo con il piglio agile e sintetico del suo mestiere, ripercorrendo la sua vita come sguardo retrospettivo dei suoi ultimi momenti nel bunker della fame. Ovviamente, col passare del tempo, avevo perso ogni traccia di quel libro, così dovetti ingegnarmi per procurarmene almeno delle fotocopie. E quelle fotocopie mi furono utilissime per individuare le tappe essenziali della vita di Kolbe.
In quella estate del 2009, andai come al mio solito a far vacanza sulle colline toscane, e mi portai appresso un po’ di libri. Da questi, e dalle ricerche che feci su internet, che mi mostrarono immagini e cinematografie varie, mi accorsi di quanto la shoah avesse influenzato, e influenzi ancora oggi, la visione della vita del santo.
Infatti gli eventi dell’olocausto, e la giusta “memoria” che se ne fa puntualmente, affinché indegnità simili non abbiano a ripetersi, hanno un impatto così forte sull’immaginario collettivo, che in certo qual modo risucchiano tutto quanto, da vicino o da lontano, riguardi le tragiche vicende di quello scorcio di storia. E così mi sembrò essere accaduto anche per la vita di Kolbe, che veniva percepita – e quindi rappresentata - come un momento di shoah cattolica. Ne derivava che parlare di Kolbe era rammentare una vicenda di terrificante sopraffazione,  che non si sarebbe augurata a nessuno. Ma... se tutta la sua vita era stata andare dietro alla volontà dell’Immacolata, bella fine aveva avuto! Kolbe insomma risultava sempre ed ovunque dipinto come una delle vittime delle forze del male, anche lui strumento per la sola cosa importante: puntare il dito contro i criminali che avevano sopraffatto lui e tanti innocenti.
Sentii subito in me una potente ribellione a questo modo di vedere le cose. 
La vita di Kolbe, e anche il suo momento finale, non era stata assolutamente nulla di lugubre! Era stata invece, dall'inizio alla fina, un’avventura di luce, nella gioia di chi aveva vissuto nella perenne meraviglia di camminare per gli imperscrutabili orizzonti che la Provvidenza e la volontà di Dio via via gli aprivano davanti. L’Immacolata lo aveva portato sempre per mano, e lo aveva guidato e protetto… finanche nell’inumana Auschwitz! dove aveva portato la sua misericordia e la sua umanità.

Quando Massimiliano, appena deportato ad Auschwiz scrisse la sua ultima lettera, alla madre (SK 0961):
“Mia amata Mamma, Verso la fine del mese di maggio sono giunto con un convoglio ferroviario nel campo di Auschwitz (Oświęcim).  Da me va tutto bene. Amata Mamma, stai tranquilla per me e per la mia salute, perché il buon Dio c'è in ogni luogo e con grande amore pensa a tutti e a tutto. Sarebbe bene non scrivermi prima che io ti mandi un'altra lettera, perché non so quanto tempo rimarrò qui. Con cordiali saluti e baci. Kolbe Raimondo”

io non credo che cercasse solo di non spaventarla mostrandole un quadro edulcorato e finto del dramma che stava vivendo. Penso invece che quello era il suo vero e sincero modo di vedere le cose, trasfigurate dall’amore, che fa sì che tutto si possa fare e sopportare, che tutto diventi vivibile con l’Immacolata, anche ciò di fronte a cui la gente vacilla. Prima ancora del suo estremo gesto, la santità di Kolbe era una cosa che lui già aveva conquistato grazie a tutto l’amore che aveva donato. E anche in quegli ultimi giorni continuava ad essere in donazione, confessando, perdonando sempre, aiutando i suoi compagni del campo con una tenerezza che lo quais identificava con la sua Celeste Madre. E l’Immacolata era sempre con lui e lo proteggeva.
E lo protesse anche nel momento in cui vennero indicati gli sventurati che avrebbero dovuto morire nel bunker della fame! Infatti l’Immacolata lo aveva risparmiato, Kolbe non era stato tra i prescelti! Quindi il suo gesto era stato il dono più libero che si possa immaginare, completamente al di fuori di ogni obbligo morale! Ma allora… come pensare che ci possa essere qualcosa di lugubre, nella sua storia?.
Compresi che nella dimensione artistica del musical che mi accingevo a comporre, avevo la grande possibilità di esprimere finalmente questa visione, fuori dagli stereotipi ormai sedimentati,  e mostrare come la forza, la bellezza e il vigore fossero stati attributi di Kolbe e non certo degli invasori, nonostante tutto il loro apparato scenico fatto di nomi altisonanti, stemmi e divise. Quegli uomini, proprio perché seppelliti dietro a maschere inventare da un altro, non avevano né personalità propria né tantomeno virilità: personalità e virilità riguardavano invece unicamente il santo. E come in un quadro del Caravaggio, essi altro non erano che lo sfondo informe e oscuro alla grandezza della sua luce.
Basta! Il “mio” Kolbe sarebbe stato diverso! Niente più rappresentazioni che indugiano sulle coreografie di svastiche e stivaloni riducendo lui, il vero grande, a creatura emaciata e debole…!
E mi piacque moltissimo ritrovare una sua foto inconsueta, di lui che sorride. E la misi in cima al mio archivio di appunti.


2.2 L'ESTETICA
Dovendo comporre una rappresentazione della vita di Kolbe, mi riproposi di cogliere quali fossero stati i suoi modelli estetici. Sono infatti convinto che il mondo dell’immagine, e gli schemi che ci si presentano davanti e che ci attraggono, sono elementi tutt’altro che secondari nella nostra vita e possono determinare delle scelte anche esistenziali. Infatti l’estetica non è mai una cosa a se stante, ma, nell’unità della persona, è sempre strettamente collegata con il pensiero e la razionalità. A parte il fatto che personalmente ritengo addirittura che prima venga l’attrazione determinata dall’estetica, e solo in secondo luogo la scelta razionale, che compie poi lo sforzo di sistematizzare e teorizzare il perché della strada che intendiamo intraprendere. D’altra parte Dio, che è Verità e Bontà, è anche Bellezza. E mi fermo qui con il mio excursus di filosofia personale, senza addentrarmi nella descrizione degli emisferi che costituiscono, in unità, il nostro cervello e che sono l’uno la sede principale delle funzioni emotive e l’altro dell’attività razionale…
Insomma, mi sembrò di comprendere che nel mondo dei primi ideali adolescenziali di Kolbe, svettasse la figura del cavaliere medievale, combattente generoso e coraggioso, che difende i deboli e punisce i prevaricatori. E che lui e i ragazzi come lui ne fossero profondamente influenzati, cercando di riviverlo nelle vicende patriottiche di quei luoghi e di quei tempi secondo un gusto non solo proprio della Polonia, ma anche del medioevo duecentesco sempre così presente nel francescanesimo. Ma l’estetica del cavaliere non finiva con la sua bella armatura e la gagliardia del suo cavallo. Perché il cavaliere aveva anche un dama, unica dama, creatura al quale lui si votava con fedeltà e dedizione assoluta e che, magari con rimandi idealizzati all’amor cortese o alla donna-angelo di dantesca memoria, costituiva il fine di ogni sua battaglia.
In quest’ottica mi sembrò naturale la sua generosa e totalitaria donazione a Maria Immacolata, la dama per eccellenza, l’unica realmente degna di ricevere in dono la vita di un cavaliere. A lei si consacrò in un giorno della sua adolescenza, in una cappella del collegio francescano dove era appena entrato, e a lei sarebbe restato fedele per tutta la sua vita.

2.3 LE FIGURE FEMMINILI
Reduce dalla composizione del musical IL RISORTO, in cui le Paoline (l’Editore) mi avevano lanciato la sfida di evidenziare le donne nella storia della passione, morte e resurrezione di Gesù, avevo messo a fuoco come esiste un Femminile che è patrimonio dell’umanità, e che non è solo un insieme di belle prerogative del gentil sesso. Quando si parla del senso di maternità, dell’intuizione, dell’accoglienza, dell’attenzione per i particolari, del “curarsi di…” si parla di cose che costituiscono certamente la bellezza intima e caratteristica della donna, ma che sono virtù con cui ogni uomo può confrontarsi. Trovai in questo la chiave per potere esprimere con autenticità e coerenza, io, uomo, questo Femminile, e immedesimarmi nei personaggi per l’appunto femminili. Senza contare che,  dal punto di vista artistico, è sempre ottima cosa che un musical sia pieno di figure femminili, che possono conferire alla scena bellezza, eleganza e garbo. E soprattutto voci armoniose e acute. 
Con queste esperienze alle spalle, cercai di individuare quali figure femminili potessero costituire lo sfondo e l’espressione anche femminile della vicenda del santo. Fu un’impresa oltremodo ardua. Perché c’era stata sua madre, delle benefattrici, una suora innominata che si dette da fare per salvarlo dal bunker della fame, forse qualche incontro nel suo apostolato, in sanatorio, nei suoi viaggi… ma, di donne che avessero costituito qualcosa di importante per lui, neanche a parlarne! Padre Massimiliano aveva vissuto sempre e soltanto con i suoi frati, le sue “città dell’Immacolata” erano in sostanza seminari di frati, ogni sua storia era una storia con i frati. Non c’era scampo, la sua unica dama era stata sempre e solo Maria Immacolata.

L’Immacolata.
“Però - mi dissi -  va benissimo! Maria Immacolata non solo è una donna, ma è la donna per eccellenza, il fiore dell’umanità!” E quindi intanto subito compresi che Maria Immacolata sarebbe stata presentissima nel musical, e non solo come Persona citata, ma proprio come personaggio attivo e principale.

Sara.
Scovai poi un’altra figura femminile che avrei potuto evidenziare. Nell’elenco delle persone per cui Kolbe aveva celebrato la sua prima messa a Roma, scoprii che c’era un nome di donna, tale Sara Petcovich. Cercai notizie su chi fosse stata, ma non riuscii a trovarne nessuna. Un nome misterioso, quindi. Evviva, mi dissi, allora posso fantasticarci sopra. E così è stato, ed è nato il personaggio di Sara, la anticlericale. Il giovane Kolbe poteva averla conosciuta in qualche circostanza proprio nel suo soggiorno romano, e poteva anche aver avviato un qualche dialogo con lei. Ecco che allora immagino che, nel momento in cui Kobe si trova di fronte a quella manifestazione di piazza del 1917 che tanto lo scosse, la riconosce nel corteo degli anticlericali, e chiede proprio a lei ragioni di quella terribile messa in scena, e da lei sente per la prima volta, turbandosi, le tante e tante accuse che vengono gettate contro la Chiesa. Di fronte a simile astio, il giovane Kolbe non sa cosa rispondere. Certamente la sua risposta più vera e più inconfutabile la darà trent’anni dopo ad Auschwitz, quando offrirà liberamente la propria vita in cambio di quella di un altro. Ma in quel momento non si mette a controbattere. Sente piuttosto che deve organizzare qualcosa per contrastare tutte quelle cattiverie, e di lì a poco fonda la Milizia dell’Immacolata. Ma quando poi termina gli studi nel collegio di San Teodoro, viene ordinato sacerdote e dice la sua prima messa… non può non ricordarsi di Sara Petcovich, e prega per lei.
Nel musical Sara è quindi per lui la portavoce dei nemici della chiesa, quelli che vogliono liberare l’umanità dalle schiavitù intellettuali per consegnarla agli schemi della razionalità e del vuoto di Dio, e allora faccio sì che la incontri nuovamente tanti anni dopo, e che i due si sfidino apertamente. Perché non erano solo gli anticlericali, organizzati nella massoneria, a volere conquistare il mondo. Lo voleva anche Massimiliano, e lo voleva conquistare all’Immacolata. Nel suo cuore infatti, come in quello di ogni santo, urgeva proprio un tale anelito, che chiunque avrebbe definito fantasia di un sognatore. Ma Massimiliano sapeva che tutto è possibile a Dio, e si abbandonava alla Sua volontà, che poi era la volontà dell’Immacolata, che momento dopo momento gli avrebbe indicato cosa fare. E nel frattempo organizzava concreti piani per realizzare la conquista del mondo. Il primo di questi piani consisteva nell’impossessarsi in certo qual modo di tutti mezzi di comunicazione possibile (giornali, emittenti, teatro, cinema) perché portassero a tutti il suo messaggio. E in questo il suo carisma anticipava un po’ quello che poi sarebbe stato lo specifico carisma di don Alberione. E per questa sua visione oggi è patrono di internet.
Immagino dunque l’incontro con Sara sul ponte della “Angers”, la nave che salpava da Marsiglia e sulla quale Massimiliano iniziava un grande viaggio missionario che lo avrebbe portato per innumerevoli approdi del continente antico, a progettare di fondare le sue “città dell’Immacolata”, fono a che, in Giappone, non sarebbe effettivamente nata la sua seconda città, “Mugenzai no sono” (il giardino dell’Immacolata).
Su quel ponte descrivo lo scontro tra queste due anime, in una contesa che però poi non si sarebbe potuta portare a compimento, perché già si stavano addensando su tutti le nubi di una guerra che ogni cosa avrebbe travolto e schiacciato nella sua morsa di morte..

Suor Felicita.
Sempre alla ricerca “col lanternino” di figure femminili, ne trovai un’altra! Era Felicita Sulatycka, una suora che aveva lasciato una precisa ed edificante dichiarazione nel corso della causa di beatificazione.
Diceva: “Dal giorno in cui conobbi p.Massimiliano fino all’ultimo incontro con lui, non ho mai pensato a lui altrimenti che come a un santo, non solo a causa delle sue virtù sacerdotali e religiose, ma per l’arcano suo irradiare la fede, la speranza e l’amore di Dio e delle anime. Al primo incontro mi colpì anzitutto la sua fede: ero entrata nella Cappella delle Suore Pelczarki a Zakopane presso le quali si trovava in cura p.Kolbe. La Santa messa era già incominciata ed io ero abbastanza distratta. Ma in breve mi fece impressione il modo con cui quel sacerdote a me sconosciuto celebrava la S.Messa, costringendomi a pregare. M’accorsi subito che doveva essere un santo sacerdote. Nell’uscire domandai alla portinaia chi egli fosse e seppi che era p.Massimilano… In seguito andavo di tanto in tanto a trovarlo… Nelle conversazioni… si vedeva che ogni azione, ogni questione, ogni momento, non avevano per lui altra importanza se non quello di un mezzo per diffondere il culto dell’Immacolata e per convincere le anime ad abbandonarsi totalmente nelle mani di Maria… Ogni suo avvicinarsi al prossimo era un atto d’amore. Traspariva da lui l’eroicità della carità, del sacrificio, dell’umiltà, dell’obbedienza.”
Mentre leggevo queste parole, sentivo come un brivido. Sì, perché il serafico sacerdote di cui lei parlava era in effetti una persona che stava in quel sanatorio non certo per trascorrere giorni di oasi e di pace, ma per obbedire al comando preciso che aveva ricevuto dai suoi superiori, e cioè di dimenticare ogni attività ed ogni zelo per la sua “Milizia dell’Immacolata”, (la sua opera che tanto si stava sviluppando in Polonia) per starsene invece in sanatorio a fare unicamente il mestiere dell’ammalato. E basta: curarsi e non agitarsi per nessuna ragione. Nell’obbedienza tipica di ogni santo, Massimiliano aveva dunque operato senza pietà un taglio nel suo cuore, al punto di apparire insensibile ai tanti e accorati richiami che in sanatorio gli arrivavano dai suoi della Milizia. Era evidente che quel suo silenzio doveva costargli  il sangue dell’anima! Ed ecco che, a fronte di questo suo intimo dramma, chi lo guardava dal di fuori, come suor Felicita ed altre creature come lei, vedeva in lui una persona intera, risolta, composta, tutta proiettata in Dio al punto di trascinare dietro sé chiunque fosse a contatto con lui.
E così mi nacque l’idea del “duetto” tra l’anima di suor Felicita e quella di Kolbe, pace e serenità da una parte, strazio di cielo dall’altra.

La ragazza giapponese.
Gioii quando lessi una lettera scritta da Massimiliano dalla sua città giapponese, Mugenzai no sono (SK 0482). C’era un episodio con una ragazza!
Come l'Immacolata attrae.
Non molto tempo fa, appena due mesi fa, dopo aver terminato il nuovo edificio nel nostro convento “Mugenzai no Sono”, abbiamo collocato sopra di esso una grande statua dell'Immacolata, affinché Ella tenesse il Suo sguardo rivolto su un quartiere di Nagasaki, interamente pagano, che si chiama Hongochi. 
E l'Immacolata attira già, e molto, le povere anime pagane. Sovente si possono notare delle persone che transitano per la movimentata strada principale e volgono lo sguardo verso l'Immacolata. .. In questi ultimi giorni, poi, è venuta una ragazza, forse sui 20 anni. Affermava che voleva farsi cattolica. Dopo aver conosciuto meglio la sua situazione, è risultato che si trattava di una creatura infelice, che non conosceva suo padre, scacciata dalla madre, vagabonda dopo la morte di colei che l'aveva assistita, sfruttata e inseguita dai suoi “protettori”. Disperata, stava andando a suicidarsi in uno stagno profondo accanto a Mugenzai no Sono. Ma mentre vi si recava, ha scorto sull'edificio la statua dell'Immacolata. E l'Immacolata l'ha attirata a Sé: è salita sulla collina e ha suonato alla porta. Le abbiamo offerto da mangiare, ma non voleva toccare nulla. Solo dopo essersi fatta un po' di coraggio ha preso un po' di tè con il pane. Dopo averla confortata ed “equipaggiata” con una medaglietta dell'Immacolata, l'abbiamo accompagnata da un parroco giapponese, perché le assicurasse un'assistenza per il futuro…
E pensai subito che questa lettera doveva diventare un brano del musical.

2.4 COME CHIARA LUBICH PARLA DI KOLBE
Poiché sono un focolarino, per cercare di essere me stesso in tutto quello che racconterò nel musical, non posso che rileggere con la massima attenzione quello che Chiara Lubich ha scritto di Kolbe. E' una lettera che Chiara indirizzò a tutti i membri del Movimento il 21.10.1982.
Carissimi, siamo ancora nell'atmosfera di festa che ha caratterizzato la santificazione di padre Massimiliano Kolbe. I giornali ne hanno parlato, la televisione ha mandato in onda filmati, circolano sue biografie vecchie e nuova. E anche noi ne siamo stati presi. Ma quello che più ci ha impressionato, scorrendo una di queste biografie, è stato il fatto che il nuovo santo (così vicino a noi per il suo appassionato amore alla Madonna e per aver amato con la misura di Gesù, fino a dare la vita), di fronte ad un prigioniero, destinato a morire di fame nel bunker della morte, sconosciuto a lui, ma divenuto, in un momento presente della sua vita, suo prossimo, ha dimenticato ad un tratto tutta la grande opera (che stava svolgendo non per suo interesse, ma in favore del Regno di Dio), tutta la vasta attività editoriale, le sue cittadelle dell’Immacolata, i suoi figli, le sue carte (l’ho visto in una foto davanti a una scrivania strapiena), per prendere il posto di un altro. Non poteva padre Massimiliano Kolbe pensare che, con quell’Opera, che aveva fatto nascere nella Chiesa, avrebbe potuto glorificare Dio più da vivo che da morto? Egli, invece, non ha avuto esitazione ed ha offerto la sua vita per salvare quella di un padre di famiglia. Carissimi, anche noi spesso durante il giorno svolgiamo compiti che sono importanti, almeno ai nostri occhi. E a volte, mentre vi siamo applicati, veniamo “disturbati” – così pensiamo noi – da qualche prossimo, che s’introduce nella nostra vita, imprevisto, a chiederci qualcosa; o di persona, o attraverso il telefono o una lettera, o in latra maniera. Allora, “gonfi” dell’importanza (così appare a noi) del lavoro che stiamo svolgendo, non lo degniamo di uno sguardo, non poniamo attenzione ad una sua richiesta, lo rimandiamo, quando non lo trattiamo poco bene. Ed ecco padre Kolbe darci a questo proposito una solenne lezione. Non è così che si ama il prossimo, non è così che si serve: di fronte ad ognuno dobbiamo saper dimenticare (anche per pochi attimi, se il dovere ci chiama ad altro) tutto quanto facciamo di bello e di grande e di utile ed esser pronti a farci uno con lui del tutto, a farci uno con la misura del saper morire per l’altro. Questa è vita cristiana. Come viviamo allora in questo mese la Parola di Vita che parla del servizio? Mettendoci in animo d’essere pronti a morire verso tutti quelli per i quali svolgiamo il nostro lavoro quotidiano ed in particolare verso quei prossimi che arrivano improvvisi. Ripetiamo in cuor nostro: - Come padre Kolbe, pronti a morire-“


2.5 IL MIO CONFRONTO CON IL PENSIERO ESISTENZIALE DI MASSIMILIANO
Per raccontare in che modo mi sono confrontato con il pensiero esistenziale di Massimiliano farò una brevissima digressione che riguarda, susatemi, il mio personale e misero modo di vedere alcune cose, che certamente non ha alcun valore in sé, ma che è quello con cui mi sono accostato al luminoso pensiero di Kolbe. Era da tale incontro, infatti, che sarebbero nati i brani del musical. perché non potevo certo comporre con una “riserva mentale”, appiccicando musica e parole a pensieri altrui. I pensieri di Kolbe dovevano essere anche i miei!
E dunque. Avverto in me lo struggente desiderio di dare senso alla mia vita, e sento che questo senso non può che poggiare sul trascendente (cosa che trovo confermata dal teorema di Goedel, in una mia interpretazione che vi risparmio). Pertanto avrò pace solo quando questa mia vita la aggancerò, donandola, al mio Creatore. In che modo? Non trovo altro mezzo che donare me stesso a lui, sull’ara del Dio Ignoto, di paolina memoria. Ma… come donarmi? Sacrificando me stesso su quell'ara, con l'offerta di ciò che costituisce la mia essenza nel più profondo! Ecco che allora guardo alla religione (intanto subito quella dell’ambiente in cui Lui mi ha fatto nascere) come a una possibilità di fare questa donazione, che consisterà nel seguire i comandamenti, e quindi donargli la mia stessa volontà. In questo modo posso elevare al Dio Ignoto questa preghiera: “Ecco, Irraggiungibile Tutto, io voglio offrirti me stesso. Ma non lascerò che la mia effimera vita sfumi via nella vana ricerca del mezzo, che una mente limitata come la mia so che non potrebbe individuare mai. Ho pensato allora di offrirmi subito a te abbracciando la religione dei miei padri. E’ un modo, il mio modo. Ti prego, accogli questo dono di me, che avverto così giusto e irrinunciabile che, quand’anche tu non mi ascoltassi, io ti offrirei ugualmente me stesso con tutta la gioia e l’amore, e quand’anche tu fossi così diverso da ciò che posso immaginare da poter quasi dire che non esisti, io consumerei ugualmente la mia vita per tuo onore, e quand’anche la morte segnasse il mio ingresso nel nulla più assoluto, adesso che ci sono, per il tempo che lo posso fare, canterò le tue lodi con la mia vita e con tutto il mio cuore. Perché è solo questo dono, che dà vita alla mia vita. Ecco, mio Creatore, che allora io recito il CREDO, per perdere in te ogni mio pensiero e dubbio e donarti la mia essenza più profonda. E mi immetto in Gesù, sacerdote e mediatore tra cielo e terra, tendendo in lui le mie mani a te. E in questo io sono appagato”.
Ed è così che ho intrapreso il mio cammino di cristiano e poi focolarino, in una storia che mi ha plasmato con esperienze, luci, e nuove comprensioni (non per nulla Gesù ha detto "A chi mi ama, mi manifesterò").
Ma torniamo a Kolbe.
Dando qui e là un’occhiata agli scritti teologici del santo, sempre con il mio metodo “caotico implementare”, prima di cominciare il lavoro, ho riempito un quaderno di appunti, alcuni dei quali riporto qui, così come li ho stilati, senza sforzarmi di dar loro alcun ordinamento logico o sistematico che non meritano, trattandosi di semplici spunti per un lavoro musicale finalizzato a descrivere emozioni.

Appunto 1
In tanti brani degli scritti di Kolbe trovo perfetta assonanza tra il mio modo di vedere le cose e il suo. In particolare per lui la mia necessità di essere di Dio, molto più compostamente e nobilmente di come mi pongo io, diventa (SK 1296):
“… Quindi, l'anima desidera impadronirsi di Dio stesso. Ma in che modo impadronirsi di Lui? in che modo unificarsi con tale felicità? Nel modo più perfetto possibile. Anche in questo caso, senza limiti. Divenire una cosa sola con Lui, fino a diventare Lui stesso, Dio. La stupenda legge dell'azione e della reazione uguale e contraria, iscritta dal Creatore in ogni opera della creazione quale sigillo della vita della Santissima Trinità, si verifica anche qui. La creatura, uscita dalla mano dell'Onnipotente, ritorna a Lui e non trova riposo che in Lui, fino a diventare Lui.”

Appunto 2
Comprendo Kolbe. Infatti in me c’è la necessità, per avere senso, di donare me stesso e la mia vita a Dio. E Kolbe (interpreto SK 1310, SK 1284, SK 1318) mi dice: “Ovvio, è la reazione della creatura all’amore di Dio, amore che è disceso dal Cielo attraverso l’Immacolata. Pertanto la risalita (reazione della creatura) di questo amore che vuole ritornare a Dio, ossia al cuore della Trinità, non può che avvenire attraverso l’Immacolata. E’ un passaggio obbligatorio per tutti coloro che si danno a Dio. Magari non ne sono neanche consapevoli, ma va da sé che una creatura umana non può essere tesa alla Trinità e penetrarvi se non per Maria, che è il fiore dell’umanità, che è l’umanità che va in bellezza per piacere a Dio, perché è Maria, la perfezione di amore dell’umanità”.
Con la sensibilità di focolarino, io direi che è “rivivendo Lei” che un’anima si dona effettivamente a Dio. Ma nel mio musical non devo calcare la mano su questo, perché se voglio essere rispettoso della spiritualità di Kolbe così come la sto scoprendo, mi sembra che “rivivere Maria” sia una cosa specificatamente di Chiara Lunbich, mentre per lui non sia tanto un punto di partenza, quanto piuttosto un punto di arrivo (come avrebbe luminosamente mostrato ad Auschwitz). In Kolbe, poiché era un santo, non poteva certamente essere estranea l’idea di “rivivere Maria” (tant’è che in SK 0987 scrive che comunione con l’Immacolata vuol dire imitazione), ma in generale io direi che per la sua tipica visione, la via dell’Immacolata a cui invitava se stesso e l’umanità, consisteva nell’immediata consacrazione anima e cuore a Lei, perdendo ogni tipo di progetto o programma proprio, nell’abbandono più  fiducioso nelle Sue mani e nell’obbedienza ai Suoi disegni. Forse mi perdo in sfumature impercettibili, ma voglio cercare di esprimere Kolbe nel modo più autentico possibile.

Appunto 3.
Mi sembra che Kolbe abbia delle belle intuizioni, rispetto al mistero di Maria, e che intende lasciarle solo intuizioni.
Leggo infatti in Ricciardi (pag. 335) questo pensiero di Kolbe:
"La scienza gonfia: essa in tanto è utile in quanto aiuta l’amore. Il demonio ha una scienza teologica maggiore della nostra, eppure la sua scienza non serve a nulla. Anche nella causa dell’Immacolata può avvenire lo stesso. Ha valore solo la scienza che procede dall’amore (…) In pratica la conoscenza dell’Immacolata dev’essere fruttuosa e sacrificante. Quanto più grande è il sacrificio, tanto maggiore sarà l’amore”
Mi sembra evidente quanto lui diffidi degli studi, perché il suo approccio vitale è quello di lasciar fare a Lei. Ed è così che Lei lo inabita. E così il suo gesto di dare la propria vita per un altro, che è gesto della più coerente e generosa cavalleria, si confonde alla fine con la maternità dell’Immacolata. Oserei dire che il campione della dama si è trasformato nella stessa dama, l’estremo gesto cavalleresco compiuto dal cavaliere dell’Immacolata è gesto dell’Immacolata stessa. Anche il Femminile che tanto ricercavo nella sua storia e che a una prima impressione mi pareva assente, è invece presentissimo in Kolbe e in tutti i suoi, in quanto carisma.

Appunto 4.
Quando Kolbe a 23 anni, a Roma, fonda la Milizia dell’Immacolata, stila con i suoi amici cofondatori un documento (SK 1368), che è un po’ il regolamento delle attività con cui intendeva controbattere lo strapotere di Satana.
Scrive che scopo della Milizia è “procurare la conversione dei peccatori, degli eretici, degli scismatici, ecc., in particolar modo dei massoni; e la santificazione di tutti, sotto il patrocinio e per la mediazione della B.V.M. Immacolata.”  Uno scopo grandioso, quindi!
Per perseguire questo inaudito scopo lui detta delle condizioni: “1) Totale offerta di se stesso alla B.V.M Immacolata, mettendosi come istrumento nelle immacolate Sue mani.  2) Portare la “Medaglia Miracolosa”. 
E i mezzi per raggiungere lo scopo sono: “Supplicare possibilmente ogni giorno l'Immacolata con questa giaculatoria: “O Maria concepita senza peccato, pregate per noi, che a Voi ricorriamo, e per tutti quelli che a Voi non ricorrono, e in special modo per i massoni”. 2) Usare tutti i mezzi legittimi secondo la possibilità nei diversi stati e condizioni di vita, nelle occasioni che si presentano: il che si lascia allo zelo e alla prudenza di ciascuno; il mezzo poi speciale sia la diffusione della “Medaglia Miracolosa”.
Comprendo come Gino Lubich, nel suo libro KOLBE, CRONACA DEGLI ULTIMI GIORNI, possa aver commentato: “E’ indubbiamente un documento commovente e sconcertante insieme. Letto con l’occhio del mondo, scettico e smaliziato, ha perfino il sapore dell’assurdo. Una giaculatoria, una medaglietta… E la conversione di mezza umanità, anzi la sua santificazione! “
Ma io penso che Kolbe abbia fatto quanto di più intelligente gli era possibile, nell’affidare la sconfitta di Satana alla devozione a Maria, anche se nell’immediato si esprimeva unicamente con giaculatorie e medagliette. Perché, cosa avrebbe potuto fare altrimenti? Esiste forse una strategia capace di sconfiggere il Principe di questo mondo? Che piani di battaglia può mai fare un soldato o uno stratega contro un tale nemico? Il compito è davvero troppo grande: Il mondo è immenso, il male ancora di più, e articolato, ramificato, consolidato. Il nemico è nientemeno che Lucifero. Chi sei tu per combatterlo?
Ed ecco che solo un’altra via, solo Maria lo può, perché lei ha categorie diverse da quelle di noi poveri combattenti terreni. Lei infatti guarda dall’alto, e Lei sì, che è Colei che ha il potere di schiacciare la testa del Serpente. Pertanto Kolbe si consacra a Lei e affida tutte le sue battaglie a Colei che può vincere, e che da quel momento non è più soltanto la sua Dama, ma la sua Condottiera. Sarà Lei che agirà, che ispirerà cosa fare (via via, nei particolari “affidati alla prudenza e allo zelo” di ognuno), che svelerà giorno per giorno il suo disegno e la sua volontà. A Kolbe e ai suoi, unicamente seguirla docilmente e virilmente. “Lasciati condurre dall’Immacolata”, suggeriva Kolbe nei suoi scritti (SK 0987) . Per cui l’ingenuità della consacrazione e della distribuzione di medagliette è quanto di meglio quei giovani francescani avessero potuto immaginare, con la tipica s povertà francescana che, sola, ha il potere di commuovere Dio. E’ riconoscere di essere fanciulli, ma nelle mani di Colei che sa come si conduce la battaglia. Lei sì avrebbe fatto realizzare a Kolbe i suoi progetti, progetti che poi avrebbe anche mutato lungo il percorso, facendoli evolvere, come nel momento in cui a 14 anni aveva tramutato in amore la sua offerta di cavaliere in armi, come quando a 26 anni lo avrebbe tratto via dal suo apostolato per chiamarlo a fare la parte dell’ammalato in sanatorio, e come quando, verso la fine dei suoi giorni, avrebbe trasformato Niepokalanow dal centro editoriale che era a centro di accoglienza per i rifugiati. Nella storia di Kolbe progressivamente va in fiore quella che, all’inizio, poteva apparire una sua semplice devozione ma che, nel momento finale, sarebbe sbocciata nella stessa maternità di Maria.
E’ il processo che sempre Maria fa fare ai suoi veri devoti, troppo semplici per la nostra superbia, ma che, divenuti sue pedine e strumenti delle sue mani, possono diventare Lei, e così davvero salvare il mondo.

Appunto 5
Mi fa sempre sorridere quel capitolo del libro di Gino Lubich intitolato “I santi sono scomodi”, in cui parla dell’attività anche rumorosa che Kolbe e i suoi, presi dallo zelo di irradiare nel mondo la devozione all’Immacolata, svolgevano nel prima pacifico e silenzioso convento di Cracovia..
“Pochi giorni dopo dal portone del convento di Cracovia faceva la sua entrata una macchina stampatrice d’età veneranda, venduta a padre Kolbe dalle suore della Misericordia di Lagiewniki. - Adesso è la fine, dissero i vecchi padri, non c’era chiasso abbastanza con quel va e vieni di militi. Ci voleva anche il rimbombo dei macchinari. Ora ci manca solo il cannone… -. Poi ci fu chi suggerì che alla salute di padre Kolbe, migliorato dalla tubercolosi sì, ma non guarito, forse si addiceva meglio il clima di Grodno, dall’altra parte della Polonia, nella zona orientale. Aria salubre, quella, aria fina, adattissima ai polmoni deboli…”
Il postulatore della causa di beatificazione di Kolbe ci tiene a sottolineare che lo scomodo Kolbe era però, in effetti, un ardente seguace di San Francesco in tutte le virtù e caratteristiche proprie della spiritualità francescana (povertà, ubbidienza e castità), e che il suo zelo per l’Immacolata non lo ha mai “deviato” da quell’approccio, anzi, ve lo ha confermato. E’ quello che sempre fa la Madonna ovunque si rende presente, come vedo che accade nell’ambito dell’odierno carisma dell’unità (di Chiara Lubich): negli ordini religiosi dove arriva Maria, che è tutta “parola di Dio”, non arriva certo una digressione dai vari carismi o un carisma diverso, ma la riscoperta vitale e gioiosa dell’autenticità del precipuo spirito dei vari fondatori. Comprendo allora che il mio musical dovrà essere pervaso di richiami al carisma genuino di S.Francesco. Ogni volta che li scorgerò nella storia di Kolbe, evidenzierò la povertà, la semplicità, la “perfetta letizia”.

Appunto 6
Viene a cena da me il mio amico francescano [che di lì a poco sarà nominato Vescovo] e gli parlo con entusiasmo del ”mio” Kolbe. Come sempre quando sono con lui, mi ritrovo ad aprirgli la mia anima e così gli racconto tutti i miei “passi” spirituali nello studio che sto conducendo sulla vita del santo, e di come io intenda di evidenziare le cose più emozionanti.
Gli faccio presente le mie riserve su certe interpretazioni baldanzose che ho letto circa il suo slancio antimassonico, perché non riesco ad immaginarlo come uno che si ponesse a nemico di qualcuno, o che intendesse soffocare quanto ci possa essere nelle persone di buono e intelligente. E' ben vero che i massoni anticlericali dell’epoca ostentavano inni a Satana, e non certo perché di credessero, quanto per provocare i credenti in uno scontro frontale. Ma è anche vero che una tale contrapposizione, in queste forme, oggi non esiste più. Oggi si respira una diffusa attenzione al dialogo, e non è mi è proprio possibile puntare il dito contro qualcuno tacciandolo di “cattivo”. Io sento di dover sempre ascoltare le ragioni dell’altro e di dover sempre cercare di capirle. Ecco perché nel brano de LA MANIFESTAZIONE io metterò Sara, l’interlocutrice, in modo da lasciare che quei massoni anticlericali possano esprimere il perché della loro scenata di piazza che tanto turbò il giovane Kolbe. Infatti non voglio descrivere la fondazione della Milizia tanto come una difesa della Chiesa, quanto come un canto d’amore proprio verso quei massoni e verso tutti gli anticlericali più in generale, perché tutti, anch’essi, sono figli di Maria, e sono Essa amati, ed è principalmente a loro che Maria, nell’atteggiamento della statuina dell’Immacolata, tende le mani.
Fin qui l’amico ascolta tutto in silenzio senza ribattere.
Poi, sempre per vedere in Kolbe il perfetto francescano e non l’innovatore di una strada diversa, gli chiedo di confermarmi che fosse giusto che i frati facessero gli operai tipografi a Niepokalanov. Avevo infatti trovato nella prima regola di S.Francesco (capo VII):
“(…) i frati che sanno lavorare, devono lavorare ed esercitare quella arte che hanno imparata, se non sarà contro la salute dell’anima loro e se possono esercitarla onestamente. Infatti il profeta dice: ‘Perché mangerai i lavori delle tue mani, sei beato e sarai felice”. E l’Apostolo: ‘Chi non vuol lavorare, non mangi’. E ognuno deve restare in quella arte, e in quella funzione, alla quale è chiamato (…) E sarà lecito a loro avere gli arnesi e gli attrezzi necessari alla loro attività…”. 
Oltretutto il lavoro dei frati tipografi di Kolbe era per fini spirituali, come Francesco quando restaurava chiese...
E anche qui l’amico assente.
Ma quando gli parlo di inabitazione dell’Immacolata in Kolbe e di come Kolbe io lo vedessi, alla fine, citando i suoi stessi scritti, “divenuto Lei”, l’amico ci tiene a farmi delle precisazioni.
Per dirla in due parole mi chiarisce che l’autentica interpretazione della figura di san Massimiliano è cristocentrica, perché è con Cristo che ogni santo si va ad identificare.
Questo mi invita a riflettere un po’ di più sulle conclusioni che vado tirando.
Cerco allora un po' di luce negli scritti di Chiara Lubich, e trovo questo bel brano, che mi aiuta nella comprensione.
Il noto teologo Laurentin, in un capitolo del suo libro “La Vergine Maria”,  dice come sin dai primi secoli venisse indicata – da Origene ad esempio del III sec. – la strada per ricevere da Gesù Maria come madre, così come l’ha avuta san Giovanni. Questa via è “vivere il Vangelo”. Coloro infatti, commenta Laurentin, che comprendono e vivono il Vangelo, si identificano a Cristo, e questa identificazione permette di chiamarli, secondo san Giovanni 19,25, figli di Maria. I cristiani che vivono il Vangelo, con l’aiuto della grazia, agiscono in modo tale che Essa diventa la loro madre. Dello stesso avviso è san Nilo, del V secolo, il quale afferma che Maria è “madre di coloro che vivono in modo evangelico”. Vivere il vangelo è dunque il modo per avere Maria come madre. Chi vive il vangelo avverte a un dato punto che Maria è sua madre, affiora sul suo labbro nei suoi confronti la parola “mamma”. E la forte impressione che se ne può avere è tale da ricordare quel primo momento per tutta la vita. Una seconda esperienza che si può fare è quella di constatare nel proprio animo quanta differenza ci sia fra Maria, sentita ormai come nostra madre, e la nostra madre terrena. L’amore sempre grande, perché raffinato e purificato dalla carità soprannaturale, verso la nostra mamma terrena è minimo nei confronti di quello che lo Spirito ha deposto nel nostro cuore per Maria. E così, con gli anni, vivendo con perseveranza, il rapporto con la mamma celeste cresce, anche se fra pause e cali. Cresce, finché dopo anni ed anni si avverte che è più costante, che quel qualcosa che prima velava in certo modo il nostro rapporto con Maria - mentre magari quello con Gesù era più deciso – scompare, e Maria è tutta lì presente di fronte alla nostra anima, e possiamo intrattenerci con lei senza più timori, come figli con la propria madre. Se poi si continua a camminare nella via del Vangelo, Maria prende un gran posto nel nostro cuore, accanto Gesù, come porta che si apre su di Lui, E questo amore a Maria può divenire intenso, intensissimo. Maria diventa anch’essa con Gesù e per Gesù l’amore del nostro cuore. E’ l’aspirazione dell’anima, è il meglio dopo Gesù a cui può attingere il cuore, il modello che ci attrae e che è sempre irraggiungibile. E’ la dolcezza della nostra anima, la nostra (questo è il sostantivo che più le si addice) “delizia”. Proprio così. E possono sgorgare dal cuore, anche a lei rivolte, quelle parole che l’amore soprannaturale fa dire a Gesù: “Sono tutto Tuo, sono tutta Tua”. Totus tuus. Poi chissà quali altre esperienze si possono fare nei suoi confronti vivendo il Vangelo. Già si avverte però che anche il passo più difficile, quello della morte, è raddolcito dalla usa presenza là, sull’altra sponda. E’ lei il porto sicuro.

Appunto 7
Comprendo che la vita del santo e il suo rapporto con Dio non è cosa che io possa racchiudere in uno schema tutto mio. Anche se alla fine lo dovrò fare per forza - se voglio realizzare il musical -, è chiaro che quella sarà una mia particolare ottica, umile e parziale, tra le infinite sotto cui si può contemplare l’abisso di Cielo che è il santo. Altri punti di vista – come quello autorevole del mio amico francescano - possono mostrare aspetti che appaiono quasi in contrasto con il mio schema. Ma io sento che è vero l’uno e che è vero l’altro, se mi voglio sforzare di intuire una realtà che ha a che fare con Dio.
Non mi sembra dunque sbagliato se continuo a dire che il percorso di Kolbe è stato di progressiva identificazione con Maria, anche se comprendo che può essere più giusto affermare che quel percorso è stato “invece” una progressiva figliolanza con Lei. Lui l’aveva sempre chiamata “mamusia”, e di Lei si era fatto sempre figlio, fino al momento in cui Maria, in quella Auschwitz che avrebbe rappresentato il suo Golgota, gli avrebbe detto: ”Ebbene sì, tu sei figlio mio, ed ora in te io vedo il Figlio mio”. Così alla fine del suo percorso, Kolbe – come è nel destino di ogni cristiano – assomiglia a Gesù. E ciò in virtù della sua donazione all’Immacolata come figlio, donazione che si era via via realizzata con pienezza sempre maggiore.
Nel mio musical, ecco quindi che in quel momento di immedesimazione con il Figlio di Lei, anche per Kolbe ci sarà il tradimento, la passione, le frustate, il perdono dei nemici. E così come nella scena della passione de IL RISORTO ho rappresentato Maria sempre vicina a Gesù passo passo a rivivere con lui tutto, ora nel musical KOLBE l’Immacolata sarà ogni momento accanto al santo, in una via crucis che ripeterà in lui il Redentore, il Dio vicino, l’aspetto materno di Dio.
Maria ha trasformato Massimiliano in Gesù. E lui, attraverso di Lei, penetra nella Trinità, riconosciuto come Gesù.

Appunto 8
Non occorreva il supremo sacrificio per fare di Kolbe un santo. L’offerta della sua vita è stata un di più, è stato riversare l’amore “per i propri amici” (quello che diceva Gesù nell'ultima cena) su chiunque, divenuto per la grandezza del suo animo, suo “proprio amico”. Il suo cuore ora è così spalancato sull'umanità e per questo simile al cuore del Redentore, che abbraccia tutti, e fa di tutti, senza distinzione, "i propri amici". Anzi, più in particolare, in questo amore senza limiti di sorta, vedo la tenerezza di una madre. Se evidenzierò questo tipo di amore (o quanto meno l’amore di Dio come amore di madre, amore dell'Immacolata), darò coerenza a tutta la mia narrazione della vita di Kolbe.
La chiave di tutta l’opera deve essere Kolbe che si confronta sempre con la sua dama Immacolata per capire la volontà di Dio e puntare al cuore di Gesù, suo obiettivo. L’Immacolata ispira, guida e consiglia per arrivare all’obiettivo.

Appunto 9
Ho pensato a un colpo di scena finale nel musical, in cui esploda una realtà che non devo dire mai lungo tutto il percorso musicale, ma che deve sempre guidare lì: alla fine si deve scoprire che Kolbe è “presenza di Maria”. E questo perché ha vissuto in pienezza la Parola di Dio. Mentre Gesù era la Parola Stessa, con un vissuto sempre incentrato e rivolto a Regno (anche con i miracoli di misericordia, che per Lui erano comunque sempre segni di significato messianico), Maria è invece il prototipo di creatura che vive la Parola, e in questo senso Kolbe, uguale a Lei proprio in questo, diventa Sua presenza (vedi la sua generosità nella deportazione, in cui dava il proprio pane, consolava, faceva i lavori per gli altri…)
Nel momento finale della sua vita, dunque Kolbe ama con il cuore stesso di Maria. Infatti, nei confronti degli sventurati compagni del bunker, lui è colui che invita a pregare, che consola, che conduce a morte santa. E allora nel musical, le sue ultime parole, di conforto e di luce, le farò proferire a Kolbe sì, ma con la voce dell’Immacolata: “Figli miei non temete, l’Immacolata è con voi, Lei fino alla fine vi tiene per mano e vi accompagna da Gesù. Fate della vostra vita un dono per le mani di Lei, e ne farete qualcosa di grande, un canto d’amore che torna a Dio!”

Appunto finale prima di procedere alla stesura dell’opera
Il musical deve dunque essere una rappresentazione artistica, che non potrà quindi accampare la minima pretesa teologica o di sintesi globale. Esporrà unicamente il mio punto di vista, per cui non esaurirà di certo l’argomento né potrà pretendere di porsi come interpretazione principale.
Cercherò di mostrare la coerenza di vita e di pensiero di Kolbe, che si sviluppa e si delinea passando attraverso perfezionamenti e rettifiche (come all’inizio, in cui l’anelito estetico di cavaliere in armi per la propria dama cede il passo all’amore per tutti), approfondimenti spirituali (conta solo la volontà di Dio, e la maggior gloria Gli si dà con la santificazione propria e del mondo), esperienze che imprimono indirizzi (come la manifestazione dei massoni anticlericali), tutta la sua avventura esistenziale che si dipana sotto la guida dall’alto (successo del suo tendere a Dio “tramite l’Immacolata”), fino al dono supremo. Insomma, deve venire in luce come il sacrificio finale è il frutto più alto della spiritualità mariana da lui vissuta. Mi sentirei veramente scomodo se mi mettessi a narrare del suo sacrificio finale - come purtroppo vedo che molti fanno - come di un evento scisso da tutto il suo vissuto precedente, quasi che tutto l’apostolato da lui svolto fosse una cosa da poco in confronto alla sublime donazione dei suoi ultimi giorni.
Quindi vorrei riuscire a  narrare come si formarono le sue idee (attraverso ispirazioni, vicende, obbedienza…), come concepì la lotta contro il male (sotto la guida di una “mamma”…) come si realizzarono le sue opere (reazione all’anticlericalismo, obbedienza e “perdita” della usa opera nel sanatorio di Zakopane, obiettivo di conquistare il mondo all’Immacolata nonostante tutti gli ostacoli…), come impersonò le sue proprie parole (unione con Lei, divenire Lei), fino al suo gesto di “madre” che si sostituisce nel dolore al figlio.

Da | http://www.totustuus.it

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