domenica 21 giugno 2015

Don Paolo Zamengo SDB - Una fortunata tempesta (Mc 4, 35-41)



La tempesta sul lago si è placata. La parola imperiosa di Gesù “Taci, calmati”, se da una parte ha avuto l’effetto di calmare la bufera, dall’altra, proprio queste parole hanno scatenato un’altra bufera seminando nel cuore degli apostoli paure e interrogativi altrettanto sconvolgenti. “Chi è costui a cui anche il mare e il vento obbediscono?

Gesù aveva trascorso gli ultimi giorni nella predicazione. Si era dedicato anima e corpo a parlare del Regno. Dal suo cuore erano uscite parole e parabole semplici ed eloquenti che l’evangelista Marco ha raccontato.  Attorno alla figura del seminatore Gesù ricama le immagini più belle. Il seme lanciato in ogni angolo del campo con divina esuberanza. Dio scommette perfino sui sassi e sui rovi e il suo cuore gioisce anche di un frutto raccolto al di sotto delle aspettative.

Gesù, e noi con lui, rimaniamo estasiati di fronte al miracolo della natura. È solo un piccolo seme quello che cade nel cuore dell’uomo ma porta in sé le chiavi del Regno. Quel Regno invisibile agli occhi, che cresce per grazia e sorpresa.  Come spiga di grano, promessa di pane fragrante o come arbusto ricco di nidi e di gridi di passeri festanti.

Gesù sa che la sua parola è caduta abbondante nel cuore della folla. Lo seguivano in tanti, lo ascoltavano in molti, e lui non aveva neppure il tempo di prendere cibo. Così una sera, sorprendendo tutti, tracciò le coordinate del suo domani.  Venuta la sera, Gesù disse ai suoi discepoli: Passiamo all’altra riva”.

Quella notte, non parlò di campi e di grano, di nidi e di primavere. Voltiamo pagina, sembrò dire, Da leggere o da scrivere, c’è un altro capitolo. I discepoli non capiscono. Sono sulla barca con lui, in piena comunione. Lo hanno preso con sé, così com’era, dice il vangelo. Eppure attorno, sopra e sotto, si scatena una bufera spaventosa. Soprattutto il sonno di Gesù. Così poco opportuno, così poco rassicurante, così indecifrabile.

Un urlo, grande come una ferita, pericoloso come una falla sul fondo di una barca: “Signore, non t’importa che siamo perduti?”. Cosa ha spaventato questi  dodici uomini, questi esperti frequentatori di navigazioni notturne? Quale tempesta si era sollevata a sconvolgere la calma piatta del loro cuore?

Questa è la tempesta: Signore chi sei? “Chi è dunque costui?”. È la domanda che attraversa tutto il vangelo. Se lo chiederà, un giorno, anche Pilato, e con lui se lo chiederanno i sommi sacerdoti e tutta Gerusalemme. Ma è anche una domanda che appartiene a tutti coloro che hanno incontrato Gesù. E giunge fino a noi, a me e a te, oggi. “Chi sei?”

Gli apostoli spaventati rimproverano Gesù. “Non t’importa che noi moriamo?”. E Gesù rimprovera gli apostoli: “Non avete ancora fede?”. Questo racconto mette in evidenza alcune cose importanti. Apostoli sono anche quelli che hanno paura, perché, prima, hanno paura del mare e, quando Gesù calma le onde, hanno paura di Gesù. Hanno paura della loro stessa paura.

Sa chi è Gesù chi è capace di stupore vedendo un seme che cresce e un campo ricoprirsi di spighe. Sa chi è Gesù chi sale sulla sua barca. Chi gli fa posto nella sua. Chi gli offre la vita, chi sta con lui. Chi vive la comunione, condividendo la passione per il Regno.

Sa chi è Gesù chi nelle tempeste della vita ha il coraggio di gridare. La parola “grido” è una delle più frequenti nei salmi che è il libro delle preghiere d’Israele. Dal profondo a te grido, Signore.

Sa chi è Gesù chi non ha paura del mare e parte. Perché c’è qualcuno da portare, c’è qualcuno che si fida di te e ti dice: “Coraggio, passiamo all’altra riva: tutto è grazia”.

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