297 - Dicevo: Gesù non vuole
che io reclami ciò che mi appartiene; ciò dovrebbe sembrarmi facile e naturale,
poiché niente è mio. Ai beni della terra ho rinunciato per il voto di povertà,
non ho dunque il diritto di lamentarmi se mi viene tolta una cosa che non mi
appartiene, e debbo invece rallegrarmi quando mi accade di sentirla, la
povertà. In altri tempi mi pareva di non essere attaccata a nulla, ma da quando
ho capito le parole di Gesù, vedo che, all'atto pratico, sono molto imperfetta.
Per esempio, delle cose necessarie per dipingere nessuna e mia, lo so bene; ma
se, mettendomi all'opera, trovo pennelli e pitture tutti sottosopra, se un
regolo o un temperino sono spanti, la pazienza è li lì per abbandonarmi e devo
prendere il coraggio a due mani per non richiedere con una certa amarezza gli
oggetti che mi mancano. Bisogna bene, a volte, chiedere le cose indispensabili,
ma facendolo con umiltà non si manca al comandamento di Gesù, anzi, si agisce
come i poveri, i quali tendono la mano per ricevere ciò che loro è necessario:
se vengono respinti, non se ne meravigliano, nessuno deve loro niente. Ah,
quale pace inonda l'anima quando s'innalza al di sopra dei sentimenti della
natura! Non esiste gioia paragonabile a quella che gusta il vero povero di
spirito. Se chiede con distacco una cosa necessaria, e non soltanto questa cosa
gli viene rifiutata, ma addirittura cercano di prendere quello che ha, egli
segue il consiglio di Gesù: «Abbandonate anche il vostro mantello a colui che
vuol litigare per avere il vostro vestito»

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